La coppia Salvini-Meloni lancia l'Opa sugli alleati Esplode il caso Venezia

Il leghista insiste: "Centrodestra? Non uso più questa parola". E su Brugnaro: "Se vota Sì la giunta salta"

La coppia Salvini-Meloni lancia l'Opa sugli alleati Esplode il caso Venezia

Roma - In attesa della valanga di No che sommerga Renzi e il suo governo illegittimo, le parole d'ordine di un centrodestra tornato in corsa sono al momento tre. «Restiamo uniti» la prima, un po' paradossale perché richiamata soprattutto da chi (il duo Salvini-Meloni) avanza nel frattempo la propria Opa bellicosa sulla leadership dell'intero schieramento: «Centrodestra? Non uso più questa parola» dice il leader leghista minacciando fuoco e fiamme contro Forza Italia. Dopo il caso Padova arriva persino a evocare la caduta del sindaco veneziano Brugnaro se voterà Sì al referendum.

Il secondo tema è quello di superare lo steccato tra destra e sinistra, visto che i tempi cambiano, il ceto medio è in crisi e la nuova frontiera del «populismo» sembra imporre obbligatoriamente una scelta tra chi è pro establishment e chi è «contro». Però al centro dell'agenda e della sfida, giocata finora solo su slogan e sgrammaticature, è piuttosto il terzo tema: quello ricorrente di una leadership nuova. Il duo Salvini-Meloni ha superato di nuovo il Rubicone. Anche ieri la leader romana ne ha ribadito il presupposto-cardine: «La leadership non potrà che passare dalla legittimazione dei cittadini», che parrebbe in linea con il trend trumpiano. Si torna perciò alla guerra delle primarie, meccanismo che dopo i guasti prodotti nel centrosinistra rischia di vanificare per sempre la velleità di un centrodestra che riesca a battere Renzi (o Grillo). Miracoli di equilibrismo linguistico cerca Giovanni Toti, nella sua difficile posizione mezzana: «Non so se le chiamiamo primarie, gli strumenti mi interessano poco. Serve un movimento dal basso». A che cosa alluda in concreto la perifrasi resta un mistero.

La realtà è più concreta. Dal 5 dicembre prossimo forse le sospirate elezioni possono davvero spuntare all'orizzonte (Salvini le reclama già per febbraio). Diventa perciò essenziale ragionare più seriamente sul sistema elettorale, perché l'Italicum andrà cambiato comunque, non prevedendo sistema di voto per il Senato (prematuramente dato per morto). Il suo meccanismo para-maggioritario e squilibrato favorisce il radicalismo, «blinda» la posizione centrale dominante di Renzi e al ballottaggio Grillo perché pesca voti sia a destra sia a sinistra. Salvini no; questo fa capire quanto la sua sfida consista solo nel mantenere in vita la Lega, «cannibalizzando» i voti di Forza Italia. È una logica, insomma, che dà già per scontata la sconfitta e il ruolo ancellare a Renzi o a Grillo.

Silvio Berlusconi, diffidando dell'effetto Trump, è tornato invece a parlare di proporzionale. È questo l'unico sistema capace di stemperare gli animi in una rappresentanza non «forzata» e più aderente al corpo sociale. Quindi di ridurre gli effetti più dirompenti e nocivi del radicalismo, oltre che sottrarre a Renzi la posizione più redditizia, al centro dell'asse politico, per riconsegnarla a un centro popolare e liberale (più o meno quello vagheggiato da Parisi). L'effetto sarebbe quello di gravare sull'area governativa, ma da posizioni di forza. Senza «inciuci», né sottomissioni alla Alfano. Nel contempo, ricacciando ogni spinta più demagogica sulle ali. Lo schema impone, fin dai prossimi giorni, una scelta di campo sia a Salvini che alla Meloni, al di là delle ambizioni personali e dei toni esagitati che la vittoria di Trump ha riacceso. Vogliono restare nel populismo che incarna moti di piazza e/o di protesta o preferiscono incidere in qualità di alleati di una coalizione che intenda sottrarre davvero il governo al Pd? Perché nel primo caso, a Renzi che si gode la sfida dalle finestre di Palazzo Chigi, non può che venire un «convulso». Dal ridere.

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