Così gli Stati Uniti si scoprono divisi e abdicano al ruolo di faro mondiale

Le accuse tra fazioni sono lo specchio di un Paese ormai chiuso in se stesso

Più che l'America dell'orgoglio nazionale, capace nei momenti difficili di raccogliersi e riunificarsi, sembra l'Italia divisa, litigiosa e complottista dei momenti peggiori. Non a caso piace a Repubblica pronta a rilanciare le accuse incrociate generate dagli scontri di Minneapolis per ipotizzare una trama suprematista capace di assolvere il governatore democratico del Minnesota Tim Walz e il sindaco progressista di Minneapolis Jacob Frey. Purtroppo per Repubblica, ma assai di più per Walz, Frey e l'America intera, nessuna di quelle ipotesi sta in piedi. Come fanno notare la Cnn e il Washington Post dietro il caos che divora non solo Minneapolis, ma anche New York, Chicago, Los Angeles, Miami e decine di altre città non ci sono né gli agenti russi, né gli estremisti di destra con le bandiere confederate, né gli incappucciati del Ku Klux Klan. Come spiegano le fonti federali citate dal Washington Post 47 (l'82 per cento) delle 57 persone arrestate sabato mattina risiedono in Minnesota e abitano o a Minneapolis o nella città gemella di St. Paul. Questo non basta, però, a dar ragione al presidente Donald Trump o ad un Procuratore alla Giustizia William Barr, pronti a scaricare tutte le colpe su anarchici ed estremisti di sinistra. Dietro il sussulto di rabbia e violenza capace di sovrastare la tragedia del Covid e i 100mila e passa morti c'è di certo anche il male oscuro, e mai risolto, della mancata integrazione razziale. Ai tanti neri capaci di entrare a pieno titolo nella società americana si contrappongono quelle comunità afro-americane dove, stando ai dati del 2017, la disoccupazione resta il doppio di quella media mentre il numero degli incarcerati è sei volte superiore a quello dei detenuti bianchi. Ma a esacerbare le conseguenze della residua separazione razziale s'aggiungono la veemenza dello scontro politico che contrappone una società americana sempre più chiusa in se stessa e sempre più lontana dal proprio ruolo di grande potenza mondiale. L'isterica sequela di accuse infondate che fa da sfondo all'ondata di violenze ne è la prova. Un tempo nessun governatore attento alla poltrona avrebbe osato dichiarare senza averne le prove, come ha fatto Walz, che l'80 per cento dei dimostranti proviene da altri stati. E nessun Procuratore alla Giustizia si sarebbe arrischiato ad affermare, come fa Barr, che le violenze sono «pianificate organizzate e condotte da anarchici gruppi estremisti di sinistra che usano tattiche della violenza antifascista». Il mondo dei media americani è un altro specchio di quella crisi. Benché ieri Washington Post e Cnn siano tornati a fare il loro lavoro, il mondo dei media americani è ormai una congrega settaria e faziosa pronta ad accreditare le tesi più disparate pur di attaccare un presidente che ogni mattina affida le sue verità, altrettanto partigiane, ai cinguettii di Twitter. Politica e informazione sono insomma lo specchio di una società sempre più dilaniata e sempre più disponibile a ricorrere al complottismo per sfuggire alle proprie responsabilità. Una società figlia di una grande potenza che da quando ha rinunciato, prima con Obama e poi con Trump, al proprio ruolo di garante dell'ordine mondiale sembra esser precipitata nel disordine interno. Ma forse le due cose vanno di pari passo. L'incapacità di esprimere una visione internazionale rimediando agli errori commessi in Iraq, Afghanistan e Libia è anche la conseguenza di una società ormai priva di un ideale comune. E incapace, proprio per questo, di restare un esempio per il resto del mondo.

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