L'ipotesi che Mark Rutte stia progressivamente superando le proprie prerogative formali trova un riscontro concreto nella crescente personalizzazione della diplomazia transatlantica. Il segretario generale tratta quasi da pari con il presidente statunitense Donald Trump e interviene su dossier delicati, dalla guerra in Iran alla sicurezza della Groenlandia, per non parlare dell'Ucraina, come se disponesse di un mandato politico diretto per modellare la postura strategica dell'Alleanza. Una funzione che spetterebbe ai governi degli Stati membri e ai loro leader democraticamente eletti, determinando così un'asimmetria tra influenza politica esercitata e legittimazione democratica che la sorregge.
La controversia nata dalle sue recenti dichiarazioni sull'utilizzo delle basi italiane da parte delle forze armate statunitensi durante il conflitto con l'Iran costituisce soltanto l'ultimo esempio di questa tendenza. A ciò si aggiunge l'attivismo mostrato sul tema di una spesa militare da attestarsi al 5% entro il 2035. Fin dai primi giorni del suo incarico, Rutte non si è limitato a dare voce alle posizioni concordate dagli alleati, ma ha contribuito a orientare il dibattito politico e ad accrescere la pressione sui governi europei. Un atteggiamento che riflette una precisa visione strategica e che si traduce in un'esposizione politica che va oltre la natura formale della carica e la mera rappresentazione delle decisioni adottate dagli Stati membri.
Questo visibile ampliamento del ruolo del segretario generale non nasce però soltanto dall'iniziativa personale di Rutte. Alla base vi è soprattutto la difficoltà dell'Unione Europea a esprimere una leadership davvero coerente in materia di politica estera e difesa. In tale contesto, Rutte è più il prodotto del fenomeno che la sua causa. La sua centralità è il sintomo di un'Europa che continua a possedere un notevole peso economico e normativo, ma che fatica a tradurlo in influenza geopolitica. Vale infatti la pena ricordare che il segretario generale della Nato non è il capo dell'Alleanza nel senso in cui un presidente guida uno Stato o un primo ministro dirige un governo. La carica non dispone di poteri esecutivi, non può impegnare gli Stati membri in operazioni militari, non controlla le forze armate dell'Alleanza, non stabilisce i bilanci della difesa e non definisce la strategia della Nato. Tutte le decisioni sostanziali rimangono prerogativa esclusiva dei governi nazionali e vengono adottate sulla base del consenso.
Proprio per questo il protagonismo politico di Rutte assume un significato particolare. Quando il segretario generale promuove specifici obiettivi di spesa, interviene come interlocutore privilegiato della Casa Bianca, si esprime pubblicamente su operazioni militari in corso o si presenta come interprete degli interessi strategici dell'Europa nel suo complesso, finisce per esercitare un'influenza che va ben oltre i limiti formali della carica.
Il caso italiano mette in luce un ulteriore aspetto del problema. Rutte non sembra soltanto supplire alle difficoltà dell'Unione Europea nel parlare con una sola voce; talvolta sembra in grado di incidere anche su ambiti che tradizionalmente appartengono ai governi nazionali. Quando un suo intervento contribuisce a ridefinire pubblicamente il ruolo svolto da un alleato in una crisi internazionale, ha l'effetto di influenzare direttamente il dibattito politico interno di uno Stato membro, pur senza disporre di alcuna legittimazione democratica diretta.
Il paradosso è
che una figura priva di legittimazione democratica diretta e di reali poteri decisionali autonomi appare oggi più influente dei leader che formalmente detengono tali autorità, incidendo sui dibattiti interni degli Stati.