La riunione dei ministri degli Interni europei su Ceuta e sulla futura (ma sempre più immediata) gestione dei flussi migratori, è iniziata poco prima delle 10 in videoconferenza, visto il periodo. Ci sarà una conferenza del commissario europeo agli Affari Interni, Magnus Brunner al termine ma non quella della presidenza irlandese del Consiglio Ue, un indicatore delle divisioni che percorrono gli Stati membri sul tema delle migrazioni, che è politicamente divisivo. Ma non lo è solo tra i socialisti e i conservatori, come si potrebbe pensare, perché anche dentro il mondo socialista europeo ci sono delle profonde spaccature: la lettera dei 22 capi di Stato e di governo che stigmatizzava le politiche spagnole reca la firma del maltese Robert Abela e della danese Mette Frederiksen, che ha preso l’iniziativa di inviare la lettera con Giorgia Meloni. E sia Abela che Frederiksen sono del Pse.
Quanto accaduto e sta accadendo a Ceuta, ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel corso del suo intervento nel corso della riunione “ci mostra chiaramente la strategia da seguire: come Unione Europea non dobbiamo più rincorrere le emergenze all’interno dei nostri confini, ma dobbiamo agire come un blocco unito, compatto e coeso per fermare le partenze all’origine e rimpatriare coloro che non hanno diritto a permanere sul territorio dell’Unione”. L’Unione europea, ha aggiunto il titolare del Viminale, deve applicare “forti condizionalità in ogni settore” nei confronti dei Paesi terzi che rifiutano di cooperare nella riammissione dei propri cittadini. È una condizione imprescindibile per far funzionare i meccanismi di rimpatrio e spingere i Paesi a collaborare nelle operazioni avviate dall’Unione europea, che ha a disposizione numerose leve in tal senso. La “forza contrattuale di 27 Stati messi insieme è enormemente superiore a quella di ogni singolo Paese e pertanto deve essere l’Unione Europea nel suo complesso a negoziare e instaurare rapporti reciprocamente vantaggiosi con i Paesi terzi”.
Il Marocco è un esempio nitido di questo tipo di Paesi, citato dallo stesso ministro dell’Interno italiano, come sottolineato “sia con lettera rivolta al commissario Brunner che in occasione dell’ultimo Consiglio Informale di Dublino, nei confronti dei Paesi come il Marocco, che pur non collaborando sul fronte dei rimpatri, gode di importanti vantaggi nei rapporti commerciali con l’Europa”. Ma visto quanto accaduto a Ceuta, che potrebbe ripetersi in qualunque momento vista anche la permeabilità di quel confine, è ora che l’Unione europea agisca anche in tal senso. “Non possiamo più permetterci che la diplomazia economica viaggi su un binario separato rispetto alla cooperazione in materia di sicurezza e migrazione”, ha dichiarato Matteo Piantedosi rivolgendosi ai suoi omologhi durante la videocall.
In merito alla sospensione del trattato di Schengen per un mese con la Spagna dopo la crisi migratoria di Ceuta, il ministro italiano ha voluto “chiarire in modo netto la natura della nostra decisione sul ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne aeree e marittime”, una misura che non è in alcun modo “rivolta contro la Spagna o contro alcun altro partner”. Si tratta, ha ribadito, di “una scelta di natura cautelare e organizzativa, intesa a tutelare la sicurezza nazionale e la tenuta dell’intero sistema europeo dei controlli in un momento di forte sollecitazione, come avvenuto in tantissimi altri casi”. Nulla di diverso rispetto a quanto fanno già Francia, Germania, Austria e altri Paesi dell’Ue, come si evince dai documenti ufficiali, dai quali si evince che in quei casi la durata della sospensione supera di gran lunga il mese stabilito per il momento dal governo Meloni per gestire la situazione nel migliore dei modi. “Basti pensare che, complessivamente, siamo arrivati a quasi 500 tra prime notifiche e successivi rinnovi di ripristino dei controlli comunicati alla Commissione dal 2006”, ha sottolineato il ministro.
Piantedosi ai suoi colleghi ha anche ricordato l’esistenza della Dichiarazione di Chisinau, che può, e deve, utilizzata per interpretare in modo evolutivo le convenzioni internazionali in materia di migrazione e asilo, considerando anche l’interesse degli Stati al controllo delle frontiere. Ma ha anche voluto ricordare ai presenti il caso del 2023, quando Lampedusa fu oggetto di una forte pressione migratoria ma l’Italia ricevette ben poca solidarietà dai partner Ue, preoccupati anzitutto di evitare i movimenti secondari: Francia e Austria, per esempio, reinserirono i controlli. “Eravamo da pochi mesi al governo e abbiamo dovuto fronteggiare quelle emergenze con nuovi strumenti tutti da inventare. E lasciatemi dire con franchezza che in quell’occasione l’Italia non ricevette la necessaria e prevista solidarietà che ci saremmo aspettati”, si legge nel testo dell’intervento del ministro. “Al contrario, registrammo da più parti pressioni e sollecitazioni volte a evitare che si verificassero i cosiddetti ‘movimenti secondari’ verso il Nord Europa, lasciando il peso dell’accoglienza iniziale e delle procedure d’emergenza interamente sulle nostre spalle”, ha proseguito, aggiungendo che “l’Italia si è trovata a dover gestire il fortissimo attivismo delle navi delle Ong, che raccolgono migranti nel Mediterraneo per condurli sistematicamente nei nostri porti”. Ong che, va sottolineato, battevano bandiera spagnola, tedesca e norvegese, Ma non solo, perché il titolare del Viminale, in una riunione che nasce per essere il più possibile franca, ha anche sottolineato che “il rigore e l’impegno profusi dall’Italia per difendere i confini esterni dell’Europa sono costati, in anni passati, anche un processo penale a carico di un ministro della Repubblica italiana”, facendo riferimento a Matteo Salvini, poi assolto con formula piena nel caso Open Arms.
L’Unione europea, adesso, deve superare i “vecchi tabù ideologici del passato”, per sperimentare “soluzioni innovative” nella gestione dei flussi migratori, come la creazione di hub di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello di quelli creati dall’Italia in Albania. Abbiamo creato come Europa, ha concluso il titolare del Viminale, “una nuova cornice legislativa” ed ora è giunto il momento “di mettere in pratica i nuovi modelli di hub per la gestione esterna delle procedure di asilo e per i rimpatri in Paesi terzi sicuri”. In questo senso, “l’Italia ha fatto da apripista con il Protocollo Italia-Albania, che ha suscitato l’interesse di una maggioranza sempre più ampia di Stati Membri. Processare le richieste di asilo con procedure di frontiera accelerate ed eseguire i rimpatri direttamente all’interno di strutture gestite in Paesi terzi sicuri costituiscono il più forte deterrente possibile contro il traffico di esseri umani e contro i flussi irregolari”.
