L'Enciclica no-global del Papa cancella la proprietà privata

Difende la biodiversità, critica il dominio della finanza e propone il boicottaggio delle imprese ad alto impatto ambientale. Sui beni: "Non sono un diritto intoccabile"

L'Enciclica no-global del Papa cancella la proprietà privata

Parole di papa Francesco: «Il salvataggio a ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l'intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che potrà solo generare nuove crisi». Ancora: «I vertici mondiali sull'ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative per mancanza di decisione politica». Citando Benedetto XVI, papa Bergoglio intende così il progresso: «È arrivata l'ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti». E la proprietà privata? La tradizione cristiana «non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile» quel diritto ma «ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata».

Un pontefice no-global emerge dalle bozze dell'enciclica «Laudato sì» anticipate dall' Espresso ? Sì. Ma c'è parecchio altro in questo testo di 192 pagine sulla «casa comune» che diventerà ufficiale domani. Ci sono, per esempio, una chiara condanna dell'aborto e delle politiche per ridurre la natalità, come la difesa della famiglia in nome del «principio di sussidiarietà» e un giudizio assai critico sull'ideologia del «gender»: «Non è sano un atteggiamento che pretenda di cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa».

Si trovano anche indicazioni per politici alle prese con grandi e piccole opere pubbliche: «Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all'elaborazione di un progetto produttivo. Va inserito fin dall'inizio e dev'essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione». E «nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo».

Sarebbe però sbagliato ridurre questo attesissimo testo, che cita decine di volte Wojtyla e Ratzinger, come un catalogo di comportamenti ecologicamente corretti, benché Francesco auspichi «nuovi stili di vita» sobri, privi di consumi inutili, magari con qualche boicottaggio che possa «forzare le imprese a considerare l'impatto ambientale e i modelli di produzione».

Jorge Mario Bergoglio propone un'idea dell'uomo e del mondo. Un'idea semplice e profonda: l'uomo non ha fatto il mondo, «noi non siamo Dio, la terra ci precede e ci è stata data». È «la nostra casa comune» che «protesta per il male che le provochiamo a causa dell'uso irresponsabile e dell'abuso dei beni che Dio ha posto in lei». Pensavamo di essere «suoi proprietari, autorizzati a saccheggiarla». Le ferite inferte all'ambiente fisico e sociale sono «causate in fondo dal medesimo male, cioè dall'idea che non esistano verità indiscutibili che guidino la nostra vita, per cui la libertà umana non ha limiti».

L'enciclica scende a un livello di dettaglio sorprendente per un papa. Egli analizza i cambiamenti climatici, il ciclo del carbonio, il valore della biodiversità del Congo o dell'Amazzonia, la difesa degli animali ma anche delle piante e delle barriere coralline, e perfino di «funghi, alghe, vermi, piccoli insetti, rettili». Ma lo sguardo di Francesco è più ampio perché, come ripete sovente, tutto è connesso. Il suo modo di conoscere è un apprendimento affettivo, che unisce la competenza scientifica alla passione per l'umanità. La chiama «ecologia integrale»: «Tutte le cose hanno un'origine comune, se ci accostiamo alla natura senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia i nostri atteggiamenti saranno quelli del mero sfruttatore delle risorse naturali», mentre «il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso».

È il documento bergogliano in cui emerge con più forza la sua provenienza «dalla fine del mondo». Per la prima volta un leader nato lontano dall'Occidente sviluppato e benestante pone questioni finora lasciate a minoranze apocalittiche o élite radicali. Papa Francesco, tuttavia, non cerca un paradiso perduto, ma chiede giustizia per i poveri. C'è un'«intima relazione» tra i poveri e la fragilità del pianeta. Uno sfruttamento accelerato dal sopravvento del «paradigma tecnocratico», cioè le forme di potere che derivano dalla tecnologia.

«Il nucleare, la biotecnologia, l'informatica, la conoscenza del nostro stesso Dna e altre potenzialità ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull'insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l'umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene».

E la gente, scrive il papa, è tenuta colpevolmente all'oscuro dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi che «sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone.

Professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza con- tatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale».

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