La bellezza non è mai distruttiva. Non è nichilista, non è disfattista. È una forza di costruzione continua, di energia, di utopia. Nel nostro Paese la bellezza e la creatività non sono mai state forze conservatrici. Gli italiani sono sempre stati dediti più a far nascere la bellezza, che a conservarla. Oggi questo compito è complesso, poiché richiede una connessione con la propria storia e la propria tradizione, unita alla capacità di reinterpretarle. Questo è il significato della riflessione sulla bellezza tenuta da Stefano Zecchi, filosofo ed ex professore ordinario di estetica presso l'Università degli Studi di Milano, in occasione dell'evento promosso da Moneta in collaborazione con il Giornale, dal titolo "Made in Italy oltre la tradizione".
Il vero conservatorismo spiega il professore, "non è un atteggiamento reazionario. Il conservatore, come dimostra la storia, è colui che è legato al progresso e cambia le cose senza sradicare la tradizione, portando il passato nel presente, anziché attraverso la distruzione totale". Per questo motivo anche il prodotto industriale deve avere la stessa funzione di un libro o di un saggio: deve produrre significato. Questo è il segreto del Made in Italy: una strategia che parte dal locale per diventare universale. "Quando si rinuncia a questo approccio - spiega - cedendo a una modernità basata esclusivamente sulla funzionalità, sull'economicità e sulla praticità fine a se stessa, si perde il senso della propria storia".
Se dovessimo scegliere un simbolo della modernità del Made in Italy, capace di coniugare la cultura umanistica con quella scientifica, sarebbe la Ferrari. "Enzo Ferrari ha compreso come una piccola realtà d'officina potesse trasformarsi in un mito globale. Il tifo viscerale degli italiani per la Ferrari dimostra un'adesione profonda, quasi irrazionale, a una realtà che supera il semplice concetto di nazionalismo".
Ma anche il settore del Food è un simbolo di questa forza. Un comparto che compie un salto di qualità globale partendo da radici contadine e dimostra "la nostra capacità di aprirci al mondo superando le chiusure tradizionali". Oggi il compito è sempre più arduo e difficilmente un singolo individuo riesce a realizzare un progetto creativo partendo da una dimensione strettamente individuale. "La globalizzazione spinge verso sogni, progetti e visioni collettive. Il Made in Italy, per sopravvivere e continuare a innovare, deve abbracciare una visione collettiva". Ma come si spiega a uno straniero il fatto che il Made in Italy è un fenomeno culturale prima ancora che economico? "Bisognerebbe portarlo in un grande museo" spiega Zecchi "che non è un luogo di mummificazione, ma lo spazio in cui risiede la storicità della creatività da cui può sorgere nuova linfa". Il perché ce lo racconta il poeta Stesicoro: durante la guerra di Troia, gli dei sostituirono la vera Elena con un simulacro, una copia falsa. La vera Elena fu nascosta e preservata intatta, mentre la finzione visse i tormenti, la storia e il dramma della guerra.
Quando Menelao scoprì l'inganno, scelse comunque la bellezza che aveva vissuto la storia, preferendo la finzione vissuta alla realtà rimasta immobile. "La bellezza diventa vera quando attraversa il dramma della storia", conclude Zecchi.