"Un prestito a rate non è un indennizzo. Ecco perché si può far causa allo Stato"

Il legale: "Possibile il ristoro di chi ha sacrificato un diritto per ordine dello Stato. Lo dice l'articolo 2045 del codice civile"

"Un prestito a rate non è un indennizzo. Ecco perché si può far causa allo Stato"

Milioni di imprenditori italiani potrebbero fare causa allo Stato. Lo sostiene il noto penalista di Milano Fabio Schembri sul magazine online FrontedelBlog. La ragione sta tutta nel codice civile e nella chiusura delle attività imposta dal governo. Non aveva dunque il diritto di farlo? «Certo che questo diritto il governo ce l'ha, per questioni di carattere sanitario - spiega al Giornale - Ma allo stesso modo deve prevedere un indennizzo al cittadino. La chiusura delle attività è stata legittima ma ha recato senza dubbio nocumento. A cui lo Stato deve corrispondere un indennizzo». Altro che il prestito (a rate).

«Ci sono due articoli del codice civile: il 2045 prevede che il danneggiato possa chiedere un'indennità (la cui misura è rimessa all'equo apprezzamento del giudice) nei confronti di chi abbia compiuto il fatto dannoso costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, danno che non è stato dallo stesso volontariamente causato né altrimenti evitabile». Un articolo che sembra calzare a pennello con la chiusura delle attività per l'epidemia. Anche nel penale l'articolo 12 della legge 122/16 prevede un indennizzo per le vittime dei reati intenzionali violenti come omicidio, violenza sessuale, lesione personale gravissima.

«Ma l'esempio classico è l'articolo 834 del codice civile, che regola, ad esempio l'espropriazione per interesse pubblico. Lo Stato ha il diritto di esproprio ma deve corrispondere un indennizzo al cittadino espropriato. Altrimenti è come se gli dicesse trovati una nuova casa e fatti prestare i soldi con la mia garanzia».

Non è un caso, è il ragionamento dell'avvocato, che in altri Paesi europei siano state previste risorse a fondo perduto agli imprenditori. Non come il pasticcio del bonus da 600-800 euro o l'aiutino degli ammortizzatori sociali per i dipendenti. Qui, sottolinea Schembri, abbiamo uno Stato che prima ha obbligato le imprese a chiudere e perdere incassi, di fatto costringendole a farsi prestare i soldi. Con una garanzia pubblica che copre l'erogazione, non il rientro: chi non ce la farà a pagare ne risponderà direttamente: segnalazione a centrale rischi, decreti ingiuntivi, conti correnti messi in sofferenza. Di fatto una morte creditizia, un cataclisma.

Ed è un'ipotesi tutt'altro che aleatoria, perché, come spiega il legale «non solo è stato prevista una tempistica dell'erogazione lunga e farriginosa (con la richiesta in alcuni casi di 19 documenti) ma anche solo sei anni con gli interessi. «Io credo che il governo debba porre un rapido rimedio, magari trovando un accordo con le associazioni di categoria, perché in astratto ci sono tutti gli elementi per citare lo Stato in tribunale». Ma non basta: «Nemmeno si può, a proposito di indennizzo, sottacere la ratio della norma che sottointende la responsabilità dello Stato per non essere riuscito a tutelare a monte il cittadino». Già...

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