"Tra gli Stati Uniti e la Russia nessuna convergenza è possibile. E questa azione lo dimostra"

Il politologo Vittorio Emanuele Parsi sulla tensione in Medio Oriente

"Tra gli Stati Uniti e la Russia nessuna convergenza è possibile. E questa azione lo dimostra"

Non è l'inizio della terza guerra mondiale. Comunque l'attacco deciso da Donald Trump nei confronti della Siria segna uno spartiacque. Una nuova era con gli Stati Uniti che si riprendono il loro ruolo centrale, alla guida della comunità internazionale. Ma nasconde altri significati, come spiega Vittorio Emanuele Parsi, politologo e ordinario di Relazioni Internazionali all'università Cattolica di Milano. «L'attacco alla Siria dimostra quello che solo ai ciechi non era evidente. Che non è possibile nessuna convergenza strategica tra Stati Uniti e Russia. La lotta al terrorismo non può essere un collante su temi più ampi, nessuna intesa è possibile».

Come cambia l'atteggiamento di Washington con l'amministrazione Trump?

«La Casa Bianca è disposta a scaricare il peso dell'impegno sugli altri. Ma non molla il suo ruolo e la sua leadership, anzi la rivendica. La propensione all'utilizzo militare è un punto fermo, come si era intuito dall'aumento del 10% delle spese in armamenti».

Trump dimostra una volta di più di saper passare sopra le regole.

«L'attacco sottolinea la noncuranza delle leggi internazionali e del ruolo dell'Onu. Questo presidente è disposto a prendersi dei rischi. E non dimentichiamo il contesto, era seduto allo stesso tavolo con il premier cinese Xi. È un messaggio chiaro diretto anche a Pechino e Pyongyang».

Sul fronte della politica interna americana, come può essere letto?

«Trump cerca di aumentare i poteri presidenziali anche nella prassi, non ha informato minimamente il Congresso. E ha dimostrato alla fronda repubblicana che non si lascia condizionare da Putin».

Un messaggio diretto anche al suo predecessore...

«È una continuazione della polemica con Obama. Ha deciso di reagire per il superamento della linea rossa che lui non aveva nemmeno tracciato. Ed emergono ancora di più le differenze tra i due. Obama era un coniglio mannaro, questo si muove persino con eccessiva disinvoltura».

Ma il consenso della comunità internazionale è stato pressoché unanime.

«Ha ricevuto il plauso da tutti i Paesi europei, da quelli sunniti e da Israele. Persino dalla Turchia, che ha sottratto dalla sfera di influenza russa».

La scelta di attaccare può essere una conseguenza dell'allontanamento di Bannon dalla squadra presidenziale?

«Mi pare casuale. Trump ha rimesso al centro i militari, che rappresentano la parte conciliante e pacifista della sua amministrazione. Tillerson, il segretario di Stato, è atteso a Mosca tra qualche giorno, nemmeno questo l'ha fermato».

Si tratta di un attacco one shot, come l'ha definito il Pentagono, o è l'inizio di una guerra?

«È un attacco one shot e basta».

Come cambieranno i rapporti con la Russia?

«Mosca potrà adottare misure diplomatiche come staccare o congelare la linea diretta, addirittura annullare la visita di Tillerson. Ma non c'è pretesto per una risposta militare. Anzi Putin dovrà spiegare ad Assad di stare attento alle sue mosse. La scusa dell'attacco a un deposito di armi chimiche che poi ha contaminato la popolazione è imbarazzante. Se avessero avuto le prove, i russi le avrebbero mostrate al mondo».

E per Assad cosa cambia?

«Non è né più forte né più debole. Anche perché l'Occidente non ha nessuno da mettere al suo posto. Inoltre i russi non possono abbandonarlo al suo destino e i turchi non possono ribaltarlo. Nemmeno l'offensiva contro l'Isis subirà rallentamenti».

In definitiva come muta lo scenario geopolitico?

«C'è un riequilibrio dei ruoli. Fino a ieri erano cambiate le dinamiche, con gli Usa riluttanti e gli altri attori baldanzosi. Ora avremo degli Stati Uniti meno timidi e questo rafforzerà tutto il sistema. Il pilastro mondiale resta l'America, ma il conto viene scaricato sugli alleati».

Ci sarà un interventismo più spiccato, appoggiato anche dal consenso internazionale...

«Il mondo, l'Occidente, ha sulla coscienza Aleppo, la strage e i massacri perpetrati in questi ultimi quattro anni. La pressione pacifista che spinse Obama a rinunciare all'attacco con il famoso discorso sulla linea rossa da non valicare ha portato alla tragedia del popolo siriano».

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