Processo e cantiere vanno avanti in parallelo e a portata d'occhio: perché dalle piramidi della Biblioteca europea di cultura che sta sorgendo a Calvairate, si vede il Palazzo di giustizia e viceversa. Così mentre da una parte si continua a costruire, dall'altra si processano autori e sostenitori del progetto: dichiarato vincitore quattro anni fa, secondo la Procura, non tanto per meriti quanto per un "biscotto" tra progettisti e commissari di gara, tutti grandi nomi dell'architettura milanese. Mercoledì il cantiere della Beic ha aperto le sue porte a consiglieri comunali e giornalisti, per raccontare lo stato d'avanzamento. Ventiquattr'ore dopo a Palazzo di giustizia riprende il processo per la gara truccata.
In questo quadro un po' surreale, ieri la Procura ha messo a segno un colpo non da poco, perché nell'aula del processo il giudice Nicola Clivio apre le porte all'utilizzo integrale delle chat scambiate nei momenti cruciali dai protagonisti del presunto accordo sottobanco: da una parte le archistar Stefano Boeri e Cino Zucchi, designati dal Comune nella commissione incaricata di scegliere - tra decine di proposte arrivate da tutto il mondo - il progetto migliore; dall'altra, attraverso il loro socio Pier Paolo Tamburelli, gli architetti Angelo Lunati e Giancarlo Floridi di Onsitestudio, autori insieme allo studio Baukuh dell'elaborato che risulterà vincente.
Senza le chat il processo non sta in piedi. Sono state le chat sequestrate nel 2023 sul telefono di Boeri, a un anno di distanza dai primi articoli del Giornale, a rivelare i rapporti sotterranei tra arbitri e giocatori della partita Beic. Boeri non solo non aveva mai cancellato le conversazioni su whatsapp, ma non ha neanche presentato ricorso contro il sequestro. Così ad andarci di mezzo è stato un altro architetto importante, Andrea Caputo che al concorso era arrivato terzo e che fino ad allora non era stato sfiorato dall'indagine: ma di cui nelle chat emergevano rapporti con Boeri tali da fare incriminare anche lui per turbativa d'asta. Il difensore di Caputo, Guido Camera, ha chiesto di escludere le chat dal processo. Ieri il giudice gli dà torto: chat ammesse. Un precedente importante per gli altri processi in corso e da venire, perché il telefono di Boeri si è rivelato una miniera da cui la Procura ha attinto anche per altri filoni di indagine.
Nella sua eccezione, Camera aveva ricordato che esiste il divieto di intercettazioni "a strascico", perché gli obiettivi devono essere mirati e precisi: invece sulla Beic la Guardia di finanza "ha agito con massima discrezionalità per un periodo temporale immenso e senza alcuna delega precisa", realizzando un "setacciamento a tappeto totalmente esplorativo e senza alcuna autorizzazione". Clivio gli risponde che nel telefono è stato invece trovato proprio quello che la Procura voleva cercare, ovvero la vera storia dell'appalto Beic: "La selezione del materiale informatico è stata condotta sulla base di parole chiave volte a scongiurare l'acquisizione di corrispondenza estranea all'oggetto dell'indagine". E se le regole vengono rispettate, "il diritto alla riservatezza della corrispondenza privata cede di fronte al potere statuale volto all'accertamento dei fatti di reato".
Le chat fanno immediatamente irruzione in aula, con la testimonianza dell'ufficiale della Gdf che quei messaggi ha analizzato uno per uno. Succo: anche se in teoria la giuria aveva sul tavolo solo buste anonime, Zucchi aveva idee precise sugli autori dei progetti. È lui il motore dell'operazione. All'antivigilia del voto, Boeri stila una cinquina con i numeri dei progetti migliori: il numero 29 non c'è.
Poi i due si parlano. E il numero 29 non solo entra in cinquina ma vince: mezzo milione di premio, otto milioni per il progetto definitivo. Quello delle due piramidi che intanto, nonostante il processo, continuano a crescere.