Assolutamente nipponica e terribilmente contemporanea: è l’idea che l’unica risposta razionale alla catastrofe climatica sia infilare gli esseri umani dentro un frigorifero. Non più il cibo da conservare, non più le bibite da tenere fresche: la carne da salvare, questa volta, è la nostra. Si chiama Do Hiemon Box, l’ha progettata la SDRS insieme alla Trusco Nakayama, e a guardarla bene assomiglia esattamente a ciò che promette di essere: un armadio refrigerante in cui una persona, seduta, si lascia raffreddare come una bottiglia di sakè in attesa del brindisi. Bastano cinque minuti per il primo sollievo, dieci per il pieno beneficio, poi la macchina si spegne da sola, con quella parsimonia energetica che pare quasi un rimprovero morale rivolto a noi occidentali, sempre generosi coi consumi e avari con le soluzioni. L’hannp presentata nel mese di luglio.
Il Giappone, va detto, non è nuovo a questo genere di ingegno pratico applicato al disastro: è il paese che ha inventato il termine “Kokushobi” - il caldo crudele, brutale, quello che supera i quaranta gradi e trasforma le città in forni a cielo aperto - perché la lingua, prima ancora della tecnologia, doveva pur trovare le parole per nominare l’innominabile. Noi europei, nel frattempo, ci accontentiamo ancora di titoli come “ondata di calore”, espressione ormai logora quanto un ventilatore da bancarella, buona per il telegiornale delle venti ma incapace di restituire lo sfacelo che ci sta assediando.
E allora arriva la scatola giapponese, con le sue ruote per essere spostata nei cantieri, nei magazzini, nelle fabbriche, negli eventi all’aperto: un piccolo rifugio contro un nemico che scaglia bombe di calore.
Ottomilacinquecento euro il prezzo, destinato inizialmente al mercato aziendale, per tutelare specialmente gli operai esposti alle temperature più alte. Ma è difficile non leggervi anche un presagio, per nulla facente parte di un futuro distopico: il frigo per umani potrebbe presto diventare arredo urbano, tanto ordinario quanto le fontanelle o le panchine.
C’è, in tutto questo, una buona dose di comicità involontaria: l’uomo, ovvero la specie che ha riscaldato il pianeta bruciando carbone per due secoli con l’incoscienza di chi si crede eterno, ora si costruisce piccoli frigoriferi personali per sopravvivere al proprio stesso capolavoro. La tecnica, insomma, non redime: al massimo rattoppa, a colpi di ingegno e brevetti, le conseguenze di scelte politiche ed economiche che restano, ostinatamente, irrisolte. Nota a margine affatto secondaria: come i condizionatori, anche questi nuovi aggeggi contribuiranno ad alimentare, una volta messi in funzione, il nemico che cercano di contrastare: l’opprimente caldo.
Nel frattempo, mentre a Kuwana si sfiorano i quarantuno gradi e in Italia si rincorrono bolle di calura sempre più ravvicinate, la domanda vera non è se compreremo tutti la nostra piccola cabina refrigerante. È quanto a lungo potremo permetterci di rispondere alla febbre alta del pianeta soltanto con un cerotto, invece che con una cura strutturale.
