Lo scrittore "restaacasa" ma la scrittura resta libera

La quarantena era iniziata col proposito di non parlare del virus. È finita con un nuovo racconto

«Il mio contributo alla lotta contro il virus sarà non scrivere niente sul virus!», ho dichiarato tronfio a un giornalista, all'inizio della pandemia.

Per qualche settimana la mia affermazione ha retto, e nel mese di marzo sono stato impegnato in attività prosaiche, più o meno come tutti. Sono salito sul tetto di casa per cercare di prendermi una sbornia di sole, ho cercato di capire come funziona un meeting su Zoom, ho fatto appelli a favore degli ospedali, e più in generale ho cercato di usare il mio piccolissimo ruolo pubblico per invitare la popolazione a uscire il meno possibile, a proteggere i nostri cari e il sistema sanitario nazionale. Ho scritto anche diversi diari della quarantena che però differiscono in modo sostanziale da questo che è postumo rispetto agli eventi e può avvantaggiarsi del senno di poi.

Col passare del tempo mi sono reso conto che riguardo al virus cominciavo a pensare cose che non potevano essere dette. Che non sarebbe stato conveniente dire e che non avrebbero trovato orecchie disposte ad ascoltarle. Non erano semplici opinioni intorno alla pandemia, ma riflessioni più personali (e allo stesso tempo più universali), fumisterie sessuali, ipotesi strampalate. Ero consapevole che tutto quello che si fosse discostato, anche di pochissimo, dalla retorica dell'#iorestoacasa o hashtag simili sarebbe stato ritenuto irricevibile, e anche a ragione: troppo grande la tragedia in atto, il numero terribile dei morti giornalieri, lo spettro di una recessione alle porte. Dove infilare quindi i miei pensieri obliqui, scorretti, per certi versi spaventosi? Né sui giornali tradizionali- che li avrebbero scambiati per provocazioni - né sui social network - dove sarebbero apparsi come le nevrosi di un recluso.

Preso atto di questa scissione in me - da una parte la figura pubblica carica di buon senso, dall'altra lo scrittore che cominciava il suo lavoro di demolizione del senso comune - ho fatto finta di niente e ho proseguito a centellinare le mie uscite di casa, indossando sempre la mascherina. Mentre camminavo per raggiungere il supermercato più vicino mi scoprivo a pensare: «La mascherina diventerà un'ossessione, i diversi modelli, le fogge, i colori». Oppure mi chiedevo: «La mascherina nasconde la parte più sensuale e sessuale del nostro viso, la bocca, e in questa cancellazione violenta ci fa accedere a un nuovo erotismo?». Niente da fare, lo scrittore stava cominciando a cannibalizzare il resto di me, la sonnacchiosa e indolente quarantena non era riuscita a intorpidire e anchilosare la mia natura più profonda.

Quando capisco di entrare in una fase creativa in genere prendo sempre a sfogliare un vecchio Oscar Mondadori dei racconti fantastici di Maupassant. Per me quel volume è diventato una specie di amuleto, un portafortuna che riesce a potenziare le mie intuizioni, mi fa avvicinare a qualcosa di più concreto nella strada spesso accidentata che porta le idee sulla pagina. Ispirato dalle restrizioni governative, stavo rileggendo Solitudine, un racconto quasi filosofico, sebbene svolto in maniera subitanea, fulminea, come sempre accade nel Maupassant breve, in cui un uomo cerca di convincere l'amico che non c'è modo di uscire dalla solitudine, che tutto quello che proviamo, tentiamo, escogitiamo, alla fine ci riporta al punto di partenza, nessuno si congiunge con nessuno, tra gli esseri umani si erge come un muro invalicabile. Era un tema affascinante anche alla luce di alcune anticipazioni che il Presidente del Consiglio aveva fatto durante una conferenza stampa sugli accorgimenti da tenere durante la Fase 2, ed era scoppiato un putiferio proprio per capire chi si sarebbe potuto ricongiungere con chi, se a prevalere sarebbero state le ragioni del sangue o del cuore (sì, pare che spesso non coincidano). La risposta di Maupassant: non ci si può ricongiungere con nessuno, signori miei. Insomma, mi deliziavo e sconcertavo con questi ragionamenti, quando mi sono imbattuto in una frase che era anche un titolo. Un titolo perfetto per quella massa informe di considerazioni riguardo al virus di cui ancora non avevo buttato giù neanche una riga. Di più, il titolo, che ora con ogni evidenza avevo trovato, mi aiutava a orientarmi dentro quella foresta rigogliosa d'intuizioni in cui adesso - proprio adesso - si era trasformata la mia testa: avrei scritto un racconto (e credetemi, da scrittore di racconti di lungo corso è una goduria capire che sta per arrivarne uno nuovo di zecca). Maupassant scrive: «Una sola parola, talvolta, ci rivelava il nostro errore, ci mostrava - come un lampo nella notte - il nero abisso esistente tra noi». Il nero abisso esistente tra noi.

Mi sono messo alla scrivania, fuoriuscendo dal tempo e dallo spazio, e se qualcuno nell'altra stanza non mi avesse detto che era ora di mangiare avrei saltato i pranzi e le cene. Scrivevo in uno stato sonnambulico che non ammetteva interruzioni, così come sono state concepite alcune delle mie opere più care, per esempio I dolori del giovane Werther di J. W. Goethe. È la dimensione spuria e bellissima del racconto lungo che lo permette, offre l'illusione della completezza del cerchio, si smette di scrivere soltanto quando si è finito, un po' come ci si augura che faccia il lettore quando e se leggerà. Edgar Allan Poe per sostenere la superiorità del racconto sul romanzo in The Philosophy of Composition dice proprio così: il racconto è superiore perché si può leggere (ed eventualmente anche scrivere) in una sola seduta.

Finisco il racconto - siamo ormai arrivati a pochi giorni fa - lo mando immediatamente alla mia agente e al mio editore, ottengo un'entusiastica risposta altrettanto solerte. Soltanto allora mi ricordo che la Fase 1 della quarantena non è ancora finita, e posso riprendere tranquillamente a ciondolare per casa, salire sul tetto se spunta il sole, impazzire con le videoconferenze, fabbricare video amatoriali per le buone e giuste cause: lo scrittore è tornato nell'ombra, il signor Hyde ha di nuovo ceduto il passo al dottor Jekyll, almeno per il momento. Certo, ho smentito me stesso e quella dichiarazione spocchiosa rilasciata a inizio pandemia: «Il mio contributo alla lotta contro il virus sarà non scrivere niente sul virus!». Allora è possibile per la letteratura occuparsi dell'attualità? E in che modo? Sono domande che non bisogna smettere di porci. Una certezza però durante questa quarantena l'ho guadagnata. Quando le cose che si pensano sembrano spacciate e non trovano spazio ecco che se ne affaccia uno, angusto e immenso come certi lavori spericolati di Escher, salvifico, il regno del paradosso e degli esperimenti, quello della letteratura.

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