Sindacato e sinistra vanno in piazza ma i killer sono loro

Anzitutto, le parole esatte di Berlusconi. «Crediamo nell’individuo e riteniamo che ciascuno debba avere il diritto di realizzare se stesso, di aspirare al benessere e alla felicità, di costruire con le proprie mani il proprio futuro, di potere educare i figli liberamente, e liberamente vuol dire di non essere costretti a mandarli a scuola, in una scuola di Stato dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia».
Sul valore dell’individuo, sul suo diritto a realizzarsi, ad aspirare al benessere e alla felicità siamo tutti d’accordo, Bersani e Franceschini inclusi. Sulla libertà di educazione, invece, cominciano i tentennamenti: molti di quelli che andranno in piazza a manifestare sono in realtà contro la scuola privata, contro il finanziamento alle scuole private, contro un sistema pubblico misto in cui convivano e si facciano concorrenza scuole statali e scuole private. Fabio Mussi, già Ministro dell’Università, ha dichiarato di aderire alla manifestazione del 12 marzo in difesa della scuola perché, afferma, «la scuola pubblica rappresenta storicamente la liberazione dagli idiotismi etnici, tribali e familistici».
Ecco allora il vero problema, la libertà di educazione contro lo statalismo scolastico. Da un lato chi, in un’ottica di sussidiarietà, considera le famiglie e gruppi sociali una ricchezza per la scuola; dall’altro chi li considera un pericolo (familismo e idiotismo) per un’educazione unica, imparziale in quanto statale, quell’educazione che ha avuto inizio con l’Illuminismo, con bambini sottratti alle famiglie per dar loro una formazione asettica. Sotto l’egida statale. Le parole di Mussi confermano, d’altra parte, la contrapposizione berlusconiana, quella che vede da una parte «degli insegnanti» (non tutti, «degli») e dall’altra «i genitori».
Che cosa ha detto Berlusconi di così strano? C’è qualcuno che può negare la totale emarginazione delle famiglie dal progetto educativo della scuola italiana? Forse le famiglie sono al centro dei programmi scolastici? Qualche genitore è stato interpellato per sapere come voleva che venisse educato suo figlio? Non è vero che tutto si riduce a un paio di riunioni affrettate all’anno? E quanto all’ «inculcare». C’è davvero qualcuno che ignora fenomeni di manipolazione ideologica da parte di «alcuni» insegnanti nei confronti degli studenti? E in questi casi cosa ha potuto fare la famiglia, se non cambiare scuola, iscrivere il figlio a una privata dove, se mai, la consonanza dei valori tra famiglia e scuola era maggiormente garantita?
Quando, la settimana scorsa, in una scuola di Forlì, un professore ha assegnato come tema in classe il commento di un brano di Concita De Gregorio sul «premier malato» eravamo di fronte ad una gioiosa manifestazione di libertà di insegnamento o a una gretta manipolazione degli studenti? E soprattutto, quel professore ha chiesto qualcosa alle famiglie, si è informato sui loro valori, o ha «inculcato dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell’ambito della loro famiglia»?
Son pronto a scommettere che il 12 marzo quel docente sarà in piazza. Sarà in piazza con i sessantottini che hanno trasformato la scuola italiana in un ammortizzatore sociale, con i sindacalisti che hanno lottato perché, tra il 1969 e il 1983, non si svolgessero concorsi per selezionare i professori migliori, e più della metà dei professori (600mila su 1.100.000) entrò grazie a corsi abilitanti. Sarà in piazza con i fautori del famigerato doppio canale, concorso fittizio che, nel 1989, mise a posto il 100% dei precari. Sarà in piazza con chi inventò il mostro didattico denominato modulo («tre maestri su due classi»), che il futuro ministro dell’Istruzione del centro-sinistra, Ortensio Zecchino, bollò alla Camera come «pressione di quanti hanno inteso così tutelare in modo improprio interessi di categoria. Stando così le cose non resta che prendere atto dell’esistenza di uno schieramento che ha inteso privilegiare il momento sindacale svalutando il momento formativo e culturale».
Ieri distruggevano incuranti, oggi protestano indignati. Tra gli applausi degli studenti che hanno rovinato.

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