«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13). Sembra una domanda da sondaggio, questa che Gesù rivolge ai suoi discepoli nel cuore del Vangelo. Eppure sappiamo per certo che a Gesù non interessa l’audience: gli interessa una cosa molto più delicata, l’immaginario.
La realtà entra dentro di noi attraverso l’immagine che ci costruiamo di essa. Vale così per tutte le cose importanti della nostra vita: un padre, una madre, un figlio, un lavoro, noi stessi, il mondo, Dio. Ci sono immagini che condizionano completamente un’esistenza. Chi porta dentro di sé un Dio giudice vivrà da imputato. Chi porta dentro di sé un Dio assente vivrà da orfano. Ecco perché, domandando che cosa la gente immagina di lui, Gesù sta domandando una cosa importantissima: la buona riuscita del Vangelo dipende molto dall’immaginario che si ha su Dio.
A quel punto la domanda diventa nostra, qualunque
sia il nostro credo o la nostra sensibilità: qual è l’immaginario che condiziona realmente la mia esistenza? Ci accorgiamo allora che un grande lavoro interiore consiste proprio nella consapevolezza delle immagini che si sono depositate al fondo di noi stessi. Nessuna immagine è neutra. Simone Weil, in una lettera a Joë Bousquet, scriveva che «l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità». Ma vale anche il contrario: ciò a cui consegniamo i nostri occhi ci costruisce oppure ci consuma. La violenza, l’oscenità, ma anche la bellezza e l’armonia entrano da lì, si depositano al fondo di noi e da lì governano i nostri giorni.
Non si tratta quindi di scadere in un qualche moralismo che censura il vedere o non vedere qualcosa. È piuttosto una forma di igiene interiore, un modo accurato di domandarci che cosa vogliamo introdurre nel nostro immaginario e che cosa invece vogliamo purificare. Il Vangelo lo dice con un’immagine domestica: «La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso» (Mt 6,22). Non sono le cose a illuminare l’occhio, è l’occhio a illuminare le cose. Rilke chiude la sua poesia sul torso arcaico di Apollo con un verso che somiglia a una sentenza: «Devi cambiare la tua vita». Aveva soltanto guardato un pezzo di pietra.
Mi piace pensare che la vita spirituale di una persona consista in questo lento lavorio che ha come conseguenza la trasformazione del nostro immaginario interiore. Proust, ne La prigioniera, scrive che l’unico vero viaggio non consisterebbe nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi. La vita non cambia perché abbiamo nuove idee. La vita cambia perché abbiamo nuovi occhi con cui guardare la realtà intorno a noi. Forse per questo Gesù, nel Vangelo, ha guarito tanti ciechi.
