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Società

Nella fede nessuno è migliore di nessuno

I santi non si sentivano sopra gli altri: si sentivano accanto a tutti, perché si sapevano bisognosi della stessa misericordia

 Il Credo va recitato con convinzione. Spesso preghiamo in modo meccanico

«In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31).Non oso immaginare l’effetto di queste parole di Gesù in un dibattito pubblico dei nostri .giorni. Qualcuno griderebbe allo scandalo, qualcun altro le trasformerebbe in una bandiera. Eppure il loro vero significato non è moralistico né politico. È spirituale. Gesù non sta facendo l’elogio del peccato. Sta smascherando qualcosa di più sottile: la convinzione di essere migliori degli altri. I pubblicani e le prostitute passano avanti perché hanno creduto, mentre i giusti no. Chi si sa ferito si lascia raggiungere. Chi si crede sano non cerca nessun medico, perché «non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Mt 9,12). Sentirsi migliori degli altri è sempre il segno di quella superbia spirituale che testimonia il contrario di una vera maturità interiore.Il Vangelo ce ne consegna un ritratto spietato nel fariseo che prega nel tempio: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11). È una preghiera che non chiede nulla, perché crede di non mancare di niente. E proprio per questo non riceve nulla. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, sa dire solamente: «O Dio, abbi pietà di me peccatore» (Lc 18,13). Ed è lui a tornare a casa giustificato.Blaise Pascal, nei suoi Pensieri, ha scritto che non vi sono che due specie di uomini: i giusti, che si credono peccatori, e i peccatori, che si credono giusti.E Aleksandr Solženicyn confessava in Arcipelago Gulag che la linea che separa il bene dal male non passa tra gli uomini, ma attraversa il cuore di ogni uomo.Quando si coltiva autenticamente la vita spirituale accade una cosa paradossale: più si cresce, più ci si accorge di non essere migliori di nessuno. Nemmeno di coloro che sembrano essere oggettivamente i peggiori. Non è falsa modestia, né un esercizio di autodenigrazione. È la luce di Dio che, entrando in noi, illumina anche gli angoli che avremmo voluto tenere nascosti. Davanti a quella luce ogni superiorità si scioglie.E allora il giudizio lascia il posto alla compassione, non perché il male smetta di essere male, ma perché scopriamo di esserne capaci anche noi. I santi non si sentivano sopra gli altri: si sentivano accanto a tutti, perché si sapevano bisognosi della stessa misericordia. Il disprezzo per chi pensiamo essere peggiore di noi ci ricorda quanto ancora dobbiamo crescere interiormente.


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