Un’intera comunità col fiato sospeso, una macchina dei soccorsi mobilitata per ore tra carabinieri, vigili del fuoco e volontari, e l’incubo che si è dissolto soltanto quando si sono aperte le porte di un locale commerciale: a San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, la scomparsa di due sorelline di 12 e 8 anni si è fortunatamente conclusa con il loro ritrovamento in buone condizioni. Dietro la sparizione non c’era una fuga per sofferenza né un gesto di ribellione d’altri tempi, ma semplicemente l’emulazione di un vecchio trend digitale noto come “24 Hour Overnight Challenge”.
Ma di cosa si tratta esattamente? Nata intorno al 2016/2017 sulla piattaforma YouTube, prima di espandersi negli anni successivi anche su TikTok, la “24 Hour Overnight Challenge” è una sfida virale il cui obiettivo è apparentemente semplice: intrufolarsi all’interno di un luogo pubblico o commerciale e rimanerci nascosti per 24 ore consecutive, trascorrendovi la notte all’insaputa della sicurezza e del personale. I luoghi più battuti sono tradizionalmente i superstore, i centri commerciali o i negozi di arredamento, con la ricerca di un nascondiglio adatto all’appostamento fino alla chiusura scelto tra scaffali, mobili esposti o bagni di servizio: la variante più celebre prevedeva la creazione di vere e proprie “fortezze” o nicchie nascoste formate da scatoloni, cuscini o bancali di merce all’interno di grandi magazzini come Ikea, Walmart o Target. Col tempo la sfida si è allargata fino a includere parchi divertimento, parchi acquatici, cinema, stadi e persino scuole, elevando l’asticella del rischio per ottenere titoli sempre più accattivanti e un numero maggiore di visualizzazioni rispetto ai content creators “concorrenti”.
Chi partecipa alla sfida documenta ogni momento con il proprio smartphone, costruendo e montando il video in modo da mostrare ai follower ogni singola parte della challenge, seguendo una scaletta precisa in modo pedissequo. Si parte dall’infiltrazione, fase in cui i partecipanti entrano all’interno del locale in genere nell’orario di massima affluenza pomeridiana, individuando un punto cieco privo di telecamere o un vano di servizio adatto al nascondiglio. Segue il “lockdown”, uno dei momenti di massima tensione emotiva. I ragazzi filmano i passi dei dipendenti che effettuano i controlli di chiusura, il suono delle serrande che si abbassano e lo spegnimento progressivo delle luci principali.
La sfida entra nel vivo dopo la chiusura, quando si entra nella parte della “vita notturna” nel locale: si consumano cibo e bevande prelevati dagli scaffali, si provano giochi o attrezzi da palestra, si vaga al buio con la torcia dello smartphone, sussurrando continuamente alla telecamera per trasmettere al proprio pubblico il senso di pericolo imminente e rendere il video più virale. L’ultima, e forse più importante fase, è quella dell’evasione: la prova si considera “vinta” solo se si riesce a uscire al mattino seguente mescolandosi ai primi clienti o ai dipendenti del turno di apertura, senza farsi scorgere dalla vigilanza.
Il premio? Visualizzazioni, like e l’illusione di essere protagonisti di un piccolo film d’azione nell’era dei social media, anche se col tempo le challenge hanno iniziato a perdere di credibilità dopo la scoperta che molti dei video realizzati dai grandi YouTuber erano in realtà concordati con i proprietari dei locali o sapientemente messi in scena. Ciò nonostante, il pubblico più giovane, spesso composto da under 14, non percepisce questa finzione scenica, continuando a replicare la sfida nella realtà, con tutti i rischi che ciò può comportare.
Ma come mai le sorelline hanno ripreso un trend vecchio di anni? La “24 Hour Challenge”, come detto, non è un fenomeno nuovo, tuttavia, sebbene abbia toccato il suo picco di popolarità quasi un decennio fa negli Stati Uniti e nel Nord Europa, tanto da costringere catene internazionali come Ikea a rilasciare comunicati ufficiali di diffida e minacciare azioni legali, continua a riaffiorare ciclicamente.
Gli esperti di psicologia digitale definiscono questi fenomeni “Zombie Trend”: contenuti datati presenti negli archivi dei social o negli algoritmi di raccomandazione di YouTube e TikTok che vengono riscoperti da nuove generazioni di giovanissimi. Per una bambina di 12 e 8 anni, un video registrato nel 2018 non appare come “vecchio”, ma come un’idea inedita, un’avventura a portata di mano per testare il proprio coraggio e guadagnare considerazione tra i propri coetanei. Presumibilmente proprio ciò che è successo anche a Benedetta e Domitilla.