Via Montebello, lunedì mattina. Davanti alla questura c’è una fila che non compare in nessuna foto degli scontri, ed è forse la più istruttiva: quella dei genitori. Molti aspettano dalla sera prima i figli fermati dopo il giro delle vetrine. Hanno la faccia di chi è stato convocato a un colloquio con i professori senza sapere di che materia si parla.
Quasi tutti i ragazzi sono minorenni, quasi tutti di seconda generazione, tutti cittadini italiani. Quindi non perseguibili. Anche l’ufficio immigrazione si è limitato a identificare, telefonare a casa e consegnare. In pratica è un servizio di riconsegna a domicilio: il pacco torna indietro intatto e il mittente non paga niente.
Il primo ragazzo esce stiracchiandosi, come da una notte in discoteca. «Oh, è finita, tredici ore in questura, f...!». Fa in tempo a dirlo, poi la madre gli rifila un ceffone di quelli che si sentono fino in piazza Cavour. È l’unica misura cautelare della giornata.
Sono genitori diversissimi tra loro, ma hanno in comune una religione: il dare. Il cappellino di Gucci da 600 euro, l’iPhone da 1.200, «perché a mio figlio una cosa così gliela devo dare, a tutti i costi». È gente che lavora, spesso con la testa altrove, e che qualche colpa se la dà pure. Ai figli magari si nega altro, o su altro non si sta attenti. Ma il telefono di ultima generazione e le Jordan appena uscite no: quelli sono il minimo sindacale dell’amore.
C’è poi un’altra cosa che li accomuna, e pesa più di tutte le altre. Domenica sera nessuno di loro sapeva dove fossero i figli. Nessuno. Sapevano il modello del telefono, il prezzo delle scarpe, la taglia della felpa. Non sapevano che i ragazzi stavano sfondando la vetrina di Foot Locker in San Babila. L’hanno scoperto quando ha squillato il telefono, e dall’altra parte c’era la questura. È il paradosso di una generazione di genitori che può localizzare un figlio con un’app e non ci pensa nemmeno: tanto il telefono gliel’hanno comprato loro, quindi è come se fossero lì.
Laura fa l’impiegata, ha sposato un senegalese ed è furibonda. Suo figlio, dice, «è venuto su nell’amore dei suoi genitori. Gli abbiamo dato tutto, e forse abbiamo sbagliato in questo». La diagnosi è da manuale di pedagogia, la terapia è più spiccia: «Una testa di c Adesso non lo faccio più uscire». Auguri, signora.
Ahmed invece quasi piange. È marocchino, vive in provincia di Varese da trent’anni e lavora in una pizzeria dove lo chiamano tutti Mario. Parla un italiano perfetto, la moglie pure, «siamo ben inseriti, siamo qui da sempre». È venuto a prendere il figlio e la figlia, che a scuola vanno bene, giura. Ma i social non si controllano, e i ragazzi che erano con loro lui e sua moglie non li hanno mai visti. Ahmed ha paura di perdere la cittadinanza, di essere rimandato via. È l’unico, in via Montebello, a prendere sul serio lo Stato. I figli, italiani per nascita, hanno capito prima di lui che non succederà niente.
L’ultimo è un avvocato svizzero, di Mendrisio. Riassume la questione in tre parole, «mio figlio è un cretino», che in tribunale chiamerebbero confessione per interposta persona. Il ragazzo avrà 17 anni e tiene il cappuccio calato sulla faccia. Il padre se lo trascina dietro come uno straccio fino alla macchina.
Tra i ragazzi usciti dalla questura ieri mattina, però, diversi non si sono però limitati a tornarsene a casa. Si sono fermati davanti all’edificio per farsi immortalare, foglio in mano - il documento che li scagiona - come chi esibisce un attestato di presenza a un evento di cui non si vergogna. Non il silenzio di chi ha passato la notte dentro, non il disagio di chi è stato fermato mentre devastava il centro: solo la posa, la foto da postare.
Intanto, sempre sui social, hanno già trovato un nome: Movimento 17 ottobre. E si sono già dati appuntamento in Duomo, ogni sabato. I genitori, per ora, non sono invitati. Ma almeno adesso sanno dove cercarli.
