La saracinesca fa sempre lo stesso rumore, un ferro che si lamenta. Il libraio la alza alle nove meno dieci, un po’ prima dell’orario sul cartello, perché c’è sempre qualcuno che arriva prima: il pensionato che vuole i giornali e non li vendi, la madre che ha dimenticato il libro di epica del figlio, il ragazzo che non compra niente ma passa a vedere se è arrivato quello lì. Chiamiamolo Arturo, il libraio. Non esiste, o meglio esiste in qualche migliaio di copie sparse per l’Italia, nei capoluoghi e nei paesi dove la libreria è l’ultima vetrina accesa dopo la farmacia. Ha sessant’anni, o trentacinque, ha ereditato il negozio dal padre oppure l’ha aperto da solo un giorno di follia e di mutuo. È uguale. Il mestiere è quello.
Il mestiere, a guardarlo da fuori, sembra semplice. Ricevi scatoloni, li apri, metti i libri sui tavoli, li vendi, fai le rese. Il guadagno è quello che è: lo sconto dell’editore, meno l’affitto, meno la luce, meno il magazzino, meno la pazienza. Nessuno fa il libraio per diventare ricco, e chi ci ha provato ha cambiato mestiere in fretta. Il resto è difficile da mettere in un bilancio, ed è proprio la parte che conta.
Arturo sa una cosa che nessun algoritmo saprà mai: che cosa non stai cercando. L’algoritmo ti conosce benissimo. Sa cosa hai comprato, cosa hai guardato per undici secondi, cosa hanno comprato quelli che ti somigliano. Il suo lavoro è restituirti a te stesso, un po’ più lucidato. Chi ha letto questo ha letto anche quest’altro. È un servizio, nessuno lo nega, ma è anche una prigione con la moquette. Ti chiude dentro i tuoi gusti, ti rende prevedibile, ti mette in fila con milioni di altri che ti somigliano, e alla fine sei un segmento di mercato che pensa di essere una persona.
Il libraio fa il contrario. Ti guarda, ti ascolta per due minuti mentre spieghi confusamente che cerchi «un regalo per mio cognato, uno che legge gialli ma non quelli scemi», poi va verso uno scaffale che non è quello dei gialli. Torna con un romanzo di un ungherese morto da cinquant’anni. «Provi questo. Se non gli piace me lo riporta». Tuo cognato non te lo riporterà. Ecco il mestiere: l’imprevisto, la deviazione, la porta laterale. Una libreria è uno dei pochi posti rimasti dove ti può capitare qualcosa che non avevi previsto, e senza che nessuno ci guadagni sopra la tua profilazione.
C’è poi un’altra cosa, più sottile. Il libraio è un uomo solo davanti alla massa. Ogni settimana arrivano le novità, decine, centinaia, spinte dagli uffici marketing, dalle classifiche, dai passaggi in televisione. Il libraio deve scegliere cosa mettere in vetrina e cosa lasciare nello scatolone, e ogni scelta è un piccolo atto di libertà, a volte di insubordinazione. Il libro di cui parlano tutti va sul bancone, va bene, si deve pur campare. Ma accanto, di taglio, Arturo ci mette quello che ha letto lui la notte prima, uscito da un editore minuscolo e senza un euro di pubblicità. È la sua firma. Il fatto che in Italia esistano ancora qualche migliaio di persone che fanno questo, ognuna con la sua testa, ognuna con le sue manie, è una forma di pluralismo più concreta di tanti convegni sul pluralismo.
Ottant’anni fa, nel 1946, quando i librai italiani decisero di mettersi insieme in un’associazione, il Paese era ancora un cantiere di macerie. Le librerie riaprivano con le vetrine incollate col nastro, e i libri si tornavano a vendere dopo anni di censure, carta razionata e roghi. Quella generazione di librai sapeva bene che cosa voleva dire un posto dove si possono comprare idee senza chiedere il permesso a nessuno. Lo sapevano perché per vent’anni quel permesso era servito. Forse è per questo che il libraio di razza ha sempre qualcosa dell’anarchico: diffida del pensiero unico da qualunque parte arrivi, dal ministero o dalla classifica, dal partito o dalla tendenza del momento.
Domani a Palazzo Altemps, a Roma, gli Stati generali delle librerie, promossi dal Piano Olivetti per la Cultura con l’ALI e il Centro per il libro e la lettura, metteranno sul tavolo il primo Rapporto sulle librerie italiane. Ci saranno numeri, distribuzione territoriale, criticità, opportunità. Si parlerà di «presidi culturali» e di «aree di siccità culturale», di rigenerazione urbana e di commercio di prossimità. Il richiamo è ad Adriano Olivetti e alla sua «comunità concreta», l’idea che l’impresa non si separa dalle persone e dal territorio in cui vive. È un richiamo giusto, purché si ricordi che concreta è la parola chiave. La comunità concreta non è un concetto da slide. È il signore che entra alle nove meno cinque, la madre senza il libro di epica, il ragazzo che non compra niente ma tra dieci anni comprerà tutto.
Perché poi la verità è questa, e i numeri la confermeranno o la smentiranno: una libreria che chiude non fa rumore. Non c’è un crollo, non c’è un’inaugurazione al contrario. Una mattina la saracinesca resta giù, compare un cartello «cedesi attività», poi arriva un negozio di sigarette elettroniche o una catena di telefonia. Il paese non se ne accorge subito. Se ne accorge dopo, quando non c’è più un posto dove portare un ragazzino il sabato pomeriggio a scegliere da solo, e sbagliare da solo, il suo primo libro vero.
Il mestiere del libraio non si salva con la nostalgia. Si salva se la libreria sta in piedi come impresa: margini sostenibili, affitti ragionevoli, un po’ di tecnologia che non faccia paura, regole che non trattino il libro come una merce qualsiasi e il libraio come un magazziniere con le pretese. Su questo gli Stati generali avranno lavoro da fare. Ma tutto il resto, quello che non entra nei rapporti, lo si capisce solo entrando.
Alle sette e mezza di sera Arturo spegne le luci del fondo, lascia accesa la vetrina. Abbassa la saracinesca a metà, perché c’è sempre qualcuno che arriva all’ultimo, si china, entra piegato in due. «Scusi, cercavo un libro, ma non so il titolo». Arturo sorride, si rimette gli occhiali. È la frase più bella del suo mestiere. Vuol dire che c’è ancora qualcuno che non sa cosa cerca, e si fida di uno sconosciuto per scoprirlo.
