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Società

Ma quale medioevo: quella divisione è simbolo di libertà

Trieste è custode della sua identità, del suo carattere e delle sue abitudini

Il cartello che vieta l'accesso al Pedocin di Trieste. Lo stabilimento è popolare per il muro che divide gli uomini dalle donne

Non stupisce che i bagni Pedocin di Trieste abbiano quest’anno fatto il boom di presenze e che il sindaco Di Piazza stia progettando di aumentare la capienza dell’unico stabilimento balneare con un muro alto tre metri che divide la zona riservata alle donne da quella degli uomini. Treeste, del resto, è una città diversa da tutte le altre. E se di solito un muro divide e allontana al Pedocin quel muro eretto è simbolo di libertà: nel 1903 la struttura fu concepita per rispettare la morale dell’epoca, ma negli anni la barriera bianca si è evoluta per trasformarsi da spazio di separazione forzata a quello di libera scelta. Niente a che vedere con la piscina di Tor Tre Teste a Roma aperta per qualche ora alle donne islamiche che altrimenti non potrebbero scoprirsi per pericolo di provocare «eccitazione maschile», ma l’opportunità di sentirsi svincolati da uno sguardo che indugia sulla cellulite o sul pancione da birra. Già nel 1943 qualche progressista d’antan s’azzardò a proporne l’abbattimento, ma la risposta dei triestini fu netta: il muro resta, non per bigotteria ma perché la divisione della spiaggia per sessi all’interno di un’ampia offerta di spiagge aperte a tutti rappresentava, allora e oggi più che mai, la possibilità di scegliere. E perché Trieste è custode della sua identità, del suo carattere e delle sue abitudini. Chi va al Pedocin in coppia sa che si incontreranno alle boe, non come quei milanesi che a giugno han piantato una grana perché pretendevano di sostare assieme nella zona maschile. All’invito di spostarsi nella zona donne la turista, dando sfoggio dell’ormai epidemica prosopopea fuori luogo e fuori tempo, è insorta sciorinando accuse sfasate contro «le usanze assurde e medioevali, il sessismo e il patriarcato». I carabinieri intervenuti l’hanno accompagnata all’uscita e l’1,20 euro del biglietto le è stato rimborsato. A Trieste così funziona.

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