Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:46
Società

Non cediamo all’abitudine che ci rende insensibili

Eppure l’abitudine in sé non è un nemico. Noi siamo fatti delle nostre abitudini. Il problema nasce quando alcune di esse ci fanno perdere di vista l’essenziale

Sos famiglie: un bimbo ogni ora viene dato in affido

L’abitudine ci rende ciechi. Quando ci abituiamo a qualcosa smettiamo di accorgerci che esiste. La diamo per scontata. Scivola sul fondale della nostra vita. E noi, si sa, non guardiamo quasi mai lo sfondo: guardiamo ciò che sta in prima linea, ciò che ci emoziona, ciò che strappa la nostra attenzione. Viktor klovskij, in L’arte come procedimento, scriveva che l’automatismo finisce per divorare ogni cosa: gli oggetti, i vestiti, i mobili, la moglie, perfino la paura della guerra. È un’immagine cruda, ma vera. Ci si può abituare a tutto, anche a chi ci dorme accanto, anche a Dio. Eppure l’abitudine in sé non è un nemico. Noi siamo fatti delle nostre abitudini. Il problema nasce quando alcune di esse ci fanno perdere di vista l’essenziale. E l’essenziale, ci ricorda il Piccolo Principe, «è invisibile agli occhi»: lo si vede bene solo con il cuore.

Nessuno sfugge alla logica dell’abitudine. Lo ricorda Gesù in una sua famosa parabola: dieci vergini attendono lo sposo, ma «poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono» (Mt 25,5). Tutte. Le stolte e le sagge. Gesù non le distingue tra chi resta sveglia e chi si addormenta, perché il sonno, cioè l’abitudine, tocca chiunque. La differenza è un’altra: le sagge, «insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi» (Mt 25,4). Ecco che cos’è la sapienza. Non è non addormentarsi mai. È aver custodito, prima della notte, delle piccole scorte. Vorrei quasi dire che abbiamo bisogno di un’abitudine alle piccole cose. Quei vasi d’olio sono i gesti minuti di cui è fatta la nostra giornata: il tempo, i rapporti, le relazioni, una parola detta bene, una preghiera breve, ma fedele. «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti» (Lc 16,10).

C’è un film di Wayne Wang, Smoke, che racconta questo.

Auggie ha una tabaccheria a Brooklyn e ogni mattina, alla stessa ora, fotografa lo stesso angolo di strada. Un amico sfoglia i suoi album in fretta: le foto gli sembrano tutte uguali. Auggie gli dice di rallentare, di guardarle meglio. E solo allora, in una di quelle immagini, l’amico riconosce il volto della moglie che ha perduto. È questa la differenza tra un’abitudine che addormenta e un’abitudine che custodisce. La prima ci fa vivere in automatico. La seconda ci prepara all’incontro, perché quando a mezzanotte si alzerà il grido non avremo il tempo di andare a comprare l’olio. Un’autentica vita spirituale non è fatta di imprese eroiche. È amore straordinario per il dettaglio.

Commenti