Donne, esordi e politica. Venezia riparte dal cinema italiano

Mancano le star e Hollywood. Ma il direttore Barbera: "Non è un festival autarchico"

Sì certo, lo abbiamo imparato a memoria: da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E anche se i cinecomic sono oggi solo un'eco lontana, e sembra passato un secolo da Joker, appena lo scorso anno in concorso a Venezia, bisogna ammettere che il direttore della 77a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (in programma al Lido di Venezia dal 2 al 12 settembre), Alberto Barbera, ha tradotto alla lettera, cinematograficamente, il motto «Far di necessità virtù». E, responsabilmente, ha architettato la programmazione («Abbiamo ridotto un po' il numero di film ma il cuore della Mostra è salvo») e la fruizione dell'edizione per lui sicuramente più speciale, non solo perché parliamo del primo grande festival internazionale che si svolgerà «in presenza», dopo l'inizio della pandemia, ma anche perché sulla carta è l'ultimo del suo mandato (il nono consecutivo, il dodicesimo in generale) sempre che il nuovo presidente della Biennale, Roberto Cicutto, non lo voglia riconfermare.

Intanto quest'ultimo, nella conferenza stampa per la prima volta solo virtuale, snocciola le condizioni «di sicurezza più sicura»: varchi di accesso «rapido e controllato» alla zona rossa con rilevamento temperatura, tutti gli accreditati avranno biglietti numerati, le poltrone saranno tutte distanziate e non saranno ammessi vicini nemmeno se congiunti (si passerà dunque da un totale di 6000 posti a circa 4000), più repliche di un film in sale diverse, due arene all'aperto (una al Lido e una ai Giardini della Biennale), distanziamento anche sul Red Carpet che tanto «è il più lungo del mondo».

Poi c'è il programma dei film. Così al grido di «Non sarà un festival autarchico» perché, spiega il direttore, «il numero dei film italiani è analogo a quello dello scorso anno», la selezione ufficiale accusa il colpo della mancanza di film statunitensi di richiamo («Il cinema americano è quello più impanicato», si lascia sfuggire il direttore) ma si difende con un concorso più aperto alle varie cinematografie mondiali: dall'Azerbaijan al Messico, da Israele alla Russia, dal Giappone al Canada, all'Iran, alla Francia, alla Polonia, all'India, alla Germania.

Tanti i temi trattati ma, ad esempio, con due veterani che tornano a Venezia si va sul sicuro. Ecco le riflessioni storiche sulla convivenza tra israeliani e palestinesi in Laila in Haifa di Amos Gitai, e quelle sullo sciopero degli operai represso nel sangue dell'Unione Sovietica di Breznev in Cari compagni! di Andrei Konchalovsky. In mezzo due film indipendenti statunitensi, The World To Come di Mona Fastvold con Vanessa Kirby e Casey Affleck, storia della passione tra due donne di fine 800, e Nomadland di Chloé Zhao con Frances McDormand sui nuovi nomadi americani. Non a caso due registe (la prima è norvegese, la seconda cinese), perché, sorprendentemente, saranno ben otto le colleghe in concorso («Sempre scelte in base alla qualità e non a protocolli di genere», dice il direttore) e due sono pure italiane, Emma Dante ritorna a Venezia dopo Via Castellana Bandiera con un'altra sua pièce, Le sorelle Macaluso, mentre Susanna Nicchiarelli, dopo il successo due anni fa nella sezione Orizzonti di Nico, 1988, fa il grande salto con Miss Marx (uno dei pochissimi film con la data di uscita, il 17 settembre, tutti gli altri chissà...), girato in inglese sulla figlia minore del filosofo tedesco tra istanze femministe e socialismo.

C'è poi la francese Nicole Garcia alle prese con un thriller amoroso, Amants, la polacca Magorzata Szumowska con Never Gonna Snow Again, Julia Von Heinz con And Tomorrow The Entire World segue dei giovani Antifa desiderosi di ricorrere alla violenza per fermare i gruppi neonazisti e la bosniaca Jasmila Zbanic in Quo Vadis, Aida? ricorda il massacro di Srebrenica.

Come un cerchio, il festival si apre e si chiude con due film italiani, Lacci di Daniele Luchetti con Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio e Lasciami andare di Stefano Mordini con Stefano Accorsi e Valeria Golino, mentre in concorso trovano posto altri due titoli italiani (Barbera avrebbe voluto anche Assandira di Salvatore Mereu con Gavino Ledda di Padre padrone finito fuori concorso), Padrenostro di Claudio Noce con Pierfrancesco Favino, il terrorismo rosso visto dagli occhi di un bambino, e Notturno di Gianfranco Rosi girato nel corso di tre anni sui confini fra Siria, Iraq, Kurdistan, Libano.

Altrettanto interessanti sono i titoli fuori concorso con il cinema della non fiction, insomma i documentari (non poteva mancare un doc su Greta Thunberg di Natham Grossman). Ecco Abel Ferrara con il suo attore feticcio Willem Dafoe a spasso per Berlino in Sportin' Life, Luca Guadagnino alle prese con «il ciabattino irpino» Ferragamo in Salvatore. Shoemaker Of Dreams, Giuseppe Pedersoli (il figlio di Bud Spencer e nipote del produttore Peppino Amato) svela Fellini in La verità su La dolce vita, il premio Oscar Alex Gibney ci porta nella mente dei serial killer americani in Crazy, Not Insane, Giorgio Verdelli firma un lavoro su Paolo Conte mentre Frederick Wiseman a 90 anni entra nel municipio della sua Boston.

In Orizzonti troviamo due esordi curiosi di due attori, Pietro Castellitto, figlio d'arte, con il lungometraggio I predatori e Jasmine Trinca con il corto BMM. Being My Mom.

A fronte di una forte presenza di italiani, saranno pochi gli ospiti extraeuropei mentre la presidente di Giuria Cate Blanchett, che vive a Londra, «non vede l'ora di venire» dice Barbera. E se feste e party sono a rischio, così come le cene ufficiali di apertura e di chiusura (contingentate e ridotte), il presidente Cicutto avverte: «Il glamour non è un parametro di giudizio e non è certo l'elemento determinante del successo di un festival che si chiama Mostra d'Arte Cinematografica».

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