La regina della disco music è morta ma rimane in pista

Aveva 63 anni. Era malata da tempo ma aveva quasi finito l’ennesimo disco. Idolo dance dei Settanta, ha ispirato tante popstar (da Bowie a Madonna)

La regina della disco music  è morta ma rimane in pista

Figurarsi, lei non ci pensava neppure a mollare. Aveva un tumore, ma guai a chi glielo ricordava: si curava con la chemio ma soprattutto con quella medicina che oggi è la sua eredità artistica più grande, la disco music. Donna Summer è una di quelle cantanti che rimarranno vive anche dopo la morte. Vivranno sempre perché sono diventate un simbolo. Di un tipo di musica. E di un modo di viverla. Quindi il simbolo di un’epoca: quella che conoscono tutti, l’epoca che ha svuotato le balere (in Italia) e i lounge (negli States) per trasformarle in discoteche, gironi spesso infernali di volume e ritmo ma tremendamente elegiaci, autentiche culle del costume e dei gusti di una generazione. Il Tony Manero della Febbre del sabato sera ne è stato l’uomo immagine, con il colletto della camicia nera allargato sui revers della giacca bianca e quel dito che puntava il cielo. Bianco e nero, alla fine, erano il simbolo di due mondi che si incontravano sulla pista da ballo, il soul e persino il rhythm’n’blues con la gelida (allora) e algidissima elettronica.

E lei di questo accrocchio di mondi, anche emotivi e sessuali, è stata la voce regina, anzi la Queen of Disco, il cavallo di battaglia di migliaia di deejay che da quarant’anni pompano senza sosta Hot stuff o Bad girls o Love to love you baby fino alla strepitosa I feel love (più amata dal pubblico europeo, e italiano in particolare, che da quello americano). Donna Summer era la riempipista, la garanzia, quella che andavi sul sicuro. Lei, in fondo, aveva le physique du rôle, oltre che una voce dolcemente black, sinuosa quanto basta per fermare i bassi e allungare gli acuti fino ad eccitare qualsiasi orecchio. Fisico giunonico. Boccoloni neri. E qualcuno se n’è accorto subito, giusto il tempo che questa LaDonna Andre Gaines, nata nel Capodanno del 1948, subito scavezzacollo in una famiglia torrenziale di fratelli (alla fine sei), a vent’anni prendesse voce e valigia per portarle a Monaco, dove la aspettava il musical Hair.

La voce della dance è sbocciata in Germania. Lì, guarda caso, conosce un Helmut Sommer, lo sposa e di lui si terrà una figlia, Mimi, e pure un pezzo di nome d’arte perché, in fondo, Donna Summer non è altro che l’abbreviazione dell’improbabile nome di battesimo e l’inglesizzazione del cognome del marito. E da lì parte la traiettoria che plana su Giorgio Moroder, «l’immenso» come lo ha chiamato qualcuno, italiano così poco italiano ché la sua lingua madre è il ladino, essendo nato in Val Gardena, senz’altro uno dei compositori più importanti del dopoguerra e non solo perché ha vinto tre Oscar. Con lui in sei anni si guadagna l’eternità perché quella, eggià, era la combinazione vincente: lui scientifico nella composizione dei suoni, nel ricamo delle tastiere con il basso e pure nella metrica dei testi. E lei puntuale, puntualissima. Dopo la climax, c’è sempre la discesa. E naturalmente tutto anche stavolta dipende dallo sfarfugliamento dei discografici, che l’hanno staccata da lui e imposta a Quincy Jones, un mammasantissima della musica, per carità, però forse troppo sofisticato.

Infatti la trasforma, le dà persino riflessi new age che piacevano a chi non amava la dance, cioè ai critici musicali. Ma agli altri, cioè al pubblico, molto meno. Il buio. Calo di vendite. Qualche polemica, persino quella, vera o finta chissà, con i gay che poi però l’hanno eletta a icona. Negli anni Ottanta, Donna Summer, un simbolo, una ex promessa, passa al ruolo temutissimo e pericoloso di «venerato maestro», ossia di brand da utilizzare quando fa comodo. Stile Liza Minnelli, per dire, con la quale appunto duetta, stavolta con il tripudio della critica sempre molto sensibile ai venerati maestri. Anche se in classifica si affaccia sempre meno spesso, Donna Summer continua a spuntare, per voce e per attitudine, nei dischi degli altri. Nei remix è una costante, forse è la voce più remissata della storia. Ma persino David Bowie riconosce di aver pensato spesso a questo donnone che in scena non si faceva togliere gli occhi di dosso. E da Madonna (che ha campionato I feel love in Future lovers) fino a Beyoncé, ben poche popstar si sono evitate il lusso di omaggiarla.

Cento milioni di copie vendute, alla fine, vorranno dire qualcosa. Perciò le tredici canzoni inedite di The Queen is Back del 2008 sono state volatili e dimenticabili. E forse anche il disco che le stava nascendo in questi mesi in fuga dalla malattia non sarebbe stato quello più importante. Però a chi importa? Ieri, quando la notizia ha iniziato a svolazzare, il commento egoista di quasi tutti era: è finita un’epoca. No, è solo rimasta cristallizzata per sempre. Ciao Donna Summer, in fondo per risentirti basta solo aspettare che qualcuno abbia una pista da riempire ancora.

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