"Ecco il mio Diego, si presentò e mi disse: 'Sono a sua disposizione'"

Il primo allenatore di Maradona in Italia: "Si allena sempre. Pronto ad aiutare tutti. Era serissimo, ma guai a sgridare qualcuno..."

Rino Marchesi, oggi 83 anni portati magnificamente, metà dei quali vissuti nel calcio da protagonista, da qualche tempo trasferitosi da Milano - suo domicilio per 20 anni dopo l'esperienza interista - a Sesto Fiorentino, è stato il primo allenatore italiano di Diego Armando Maradona. È uno dei tanti testimoni di quello storico trasferimento che trasformò Napoli nell'ombelico del mondo e aggiunse a un campionato già ricco di talenti straordinari il diamante più prezioso.

Marchesi, ci racconta come si realizzò quella trattativa?

«Il Napoli, su mio suggerimento, aveva già acquistato dall'Inter Bagni: la prima pietra della squadra che avrebbe poi vinto lo scudetto. Cercavamo un attaccante e un trequartista. Io e il presidente Ferlaino andammo a Milano per il mercato e fummo ospiti del presidente dell'Inter Ernesto Pellegrini. Stavamo trattando il doppio acquisto di Beccalossi e Serena. Mentre eravamo a cena, dalla Spagna, Antonio Juliano ci informò che si stava concretizzando l'affare Maradona. Lasciammo casa Pellegrini e andammo in albergo ad aspettare la notizia. Poi di corsa in Lega per depositare a mezzanotte la busta con la firma di Diego. Lui sapeva di essere arrivato in una squadra non competitiva subito per lo scudetto eppure accettò con entusiasmo.

Ci parli del vostro primo incontro...

«A Castel del Piano, in ritiro. Venne da me e disse: mister, io sono a sua disposizione. Questo era Maradona. Generoso poi con i compagni. Capitò che dopo qualche partita deludente riprendessi uno o due calciatori. Diego interveniva puntualmente per difenderli».

In campo un semidio e in allenamento?

«Con me, Diego non ha mai saltato un allenamento. Si divertiva tanto col pallone che non voleva mai andar via. La sua caviglia, quella sinistra, era la caviglia operata dopo lo scontro con Goikoetxea, gli procurava spesso dolori lancinanti. Un giorno venne da me e mi disse: mister non so se riesco a farcela per giocare domenica, potrei non essere d'aiuto ai miei compagni. Gli risposi: tu giochi, i tuoi ti porteranno in braccio in campo».

Concluso il sodalizio che rapporti ha avuto?

«Sono andato in Messico a seguire il mondiale dell'86 e in quella circostanza feci visita al ritiro dell'Argentina e andai a salutarlo. C'era Signorini, il suo preparatore atletico, che lo aveva lucidato a puntino. E infatti da solo, praticamente, vinse la coppa».

Di recente l'aveva sentito?

«Sempre attraverso Signorini gli ho fatto gli auguri per il suo ultimo compleanno. Sapevo che non stava bene».

Dica la verità, vi erano arrivate le voci sulla sua vita privata diciamo... Disordinata?

«Assolutamente no. Perché a differenza degli anni successivi, a Napoli Diego arrivò con il suo primo agente, un ebreo-polacco, Jorge Cyterszpiler (morto suicida a Puerto Madeo nel 2017, ndr), che lo pedinava giorno e notte, senza mai lasciarlo solo».

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