Pita, se l'uomo nudo diventa simbolo dei Giochi "Altro che tuta, io vesto la cultura tongana"

Il 37enne vive a Brisbane dove insegna in una scuola per bambini abbandonati "Eravamo vestiti così quando attraversammo per la prima volta il Pacifico..."

Pita, se l'uomo nudo diventa simbolo dei Giochi "Altro che tuta, io vesto la cultura tongana"

Non è stata la stessa cosa senza il calore del suo pubblico, ma Pita Taufatofua si è presentato a torso nudo e tutto oliato per la terza volta da portabandiera del suo Paese alla cerimonia d'apertura.

Ci sono immagini per entrare nella storia dei Giochi: il 37enne tongano è uno degli eroi diversi che le Olimpiadi riescono ancora a regalare. Australiano di nascita, gareggia per Tonga, ma vive a Brisbane, dove insegna in una scuola di recupero per i bambini abbandonati. Questa è la sua vera medaglia d'oro. Ai Giochi invernali di PyeongChang di tre anni fa sfidò il gelo presentandosi in infradito. Ieri sera, con tutt'altro clima, ha sfilato ancora con indosso il taovala, un gonnellino del suo popolo, stavolta assieme alla connazionale Malia Paseka. Imitato poi dal portabandiera di Vanuatu, Riilio Rii, che ha sfilato con il medesimo outfit.

Pita, ha mantenuto la promessa.

«Già, nonostante il Covid sapevo che avrei fatto in modo di arrivare. Come atleta olimpico, l'obiettivo è trovare sempre il modo di affrontare le difficoltà e superare tutte le sfide».

È stata una cerimonia anomala, senza gente sugli spalti.

«Credo che il CIO abbia preso la decisione giusta. Dobbiamo proteggere noi atleti da noi stessi».

Un anno in più le ha permesso di..

«Avere più tempo per preparare i Giochi. Mi sono qualificato nel taekwondo, categoria +80 kg, purtroppo la pandemia mi ha negato la possibilità di farcela pure nella canoa».

Si è presentato a torso nudo prima a Rio, poi a PyeongChang e ora a Tokyo. Perché?

«Questi sono i Giochi Olimpici, il più grande spettacolo sportivo e umanitario al mondo. Volevo rappresentare migliaia di anni di cultura tongana e polinesiana. È stato divertente poiché alcuni funzionari ci hanno detto di non indossare il nostro outfit tipico ma una veste ufficiale. Ma noi tongani non avevamo una tuta quando abbiamo attraversato per la prima volta il Pacifico... Niente ci avrebbe fermato dal farlo».

È sempre a caccia di nuove sfide. Quale la più difficile?

«Imparare a sciare in meno di un anno sugli skiroll in un parco d'estate. Lo sci di fondo è uno sport brutale ma bellissimo. Ho imparato quanto il nostro corpo riesce a spingersi lontano».

Com'è stato presentarsi a -30 gradi a PyeongChang?

«Non sentivo davvero il freddo perché ero troppo felice di essere lì. Con quale frequenza un paese tropicale del Pacifico può sventolare la propria bandiera ai Giochi invernali? Ero orgoglioso di rappresentare paesi e persone non sempre rappresentate».

Parole di una persona umile.

«Qualcuno vede il corpo muscoloso, ma in realtà ho una laurea in ingegneria. Come persona non credo di essere cambiata. Mio padre si è sempre assicurato che rimanessi umile e fedele a quello che siamo. Credo che molte persone cerchino la fama per essere riconosciute. Io quello che cerco è ciò che mi porta, ovvero la capacità di aiutare quante più persone possibile in tutto il mondo».

Eppure, anche dall'Italia molti la cercano per fare da testimonial.

«Fa molto piacere. Alcuni marchi di moda italiani continuano a contattarmi, ma considerate però che non indosso vestiti».

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