Caro Direttore Feltri, nella questione «stranieri in classe» è semplicemente sbagliato permettere che il gruppo di stranieri sia alto, ciò che causa la formazione di un gruppo omogeneo difficile da integrare. Il problema va risolto da persone che lo hanno studiato e valutato in base ai risultati. Tra chi oggi polemizza non mi pare vi siano tali persone. Cordialmente
Roberto Costanzo
Caro Roberto, il problema, a mio avviso, è che si continua a confondere il buon senso con il pregiudizio e la discussione sui fatti con una gara a stabilire chi abbia il titolo accademico per poter parlare. Che la presenza di molti alunni stranieri nella stessa classe possa creare difficoltà di integrazione, di apprendimento e di gestione non è un dogma né un’invenzione di qualche malpensante. È una questione concreta. Se poi esistono studi capaci di dimostrare che una determinata concentrazione non produce alcun effetto negativo, benissimo: li si metta sul tavolo e se ne discuta. Ma non si può pretendere di chiudere la questione distribuendo patenti di incompetenza a chiunque osi sollevare un dubbio. Quando gli esperti dicono ciò che ci fa comodo, diventano autorevoli, quando invece i loro dati disturbano qualche certezza ideologica, spariscono sotto il tappeto. L’integrazione non si realizza per decreto ministeriale e nemmeno recitando formule di buone intenzioni. Mettere insieme persone provenienti da contesti linguistici e culturali molto diversi non garantisce automaticamente l’integrazione. Dipende dalle condizioni, dalle proporzioni, dalle risorse disponibili e soprattutto dalla capacità della scuola di accompagnare quel processo. Dire che una concentrazione eccessiva può essere problematica non significa sostenere che gli stranieri siano un problema. Significa riconoscere una cosa talmente ovvia da sembrare quasi scandalosa: anche la composizione di una classe può influire sul lavoro degli insegnanti e sulle opportunità degli studenti. Gli esperti sono certamente utili, anzi indispensabili quando si devono misurare i fenomeni e valutare i risultati. Ma non hanno il monopolio del buon senso. Gli insegnanti, le famiglie e gli studenti hanno qualcosa da dire, perché il fenomeno non lo studiano: lo vivono. Insomma, meno piedistalli e più fatti. Se una politica funziona, lo si dimostri con i risultati. Se non funziona, si abbia il coraggio di correggerla. Per affrontare un problema serio non c’è bisogno di essere professori universitari. Basta avere gli occhi aperti, ascoltare chi sta in classe ogni giorno e, soprattutto, non avere paura dei fatti.
