Egregio Direttore Feltri, da ragazzo ho avuto il piacere di giocare a calcio con Sandro Mazzola e con suo fratello Ferruccio. Si giocava nel campetto dell’oratorio di San Lorenzo alle colonne, ed era un piacere malgrado il fondo prima in terra e poi in selciato. Ovviamente nessun paragone in merito alle qualità del calcio, ma i due fratelli non facevano assolutamente pesare l’enorme differenza di gioco rispetto alla quasi totalità degli altri ragazzi, giocare era un piacere. Sandro ha continuato a frequentare l’oratorio fino a quando è entrato a far parte della rosa della prima squadra dell’Inter e i suoi impegni sono aumentati. Alcuni anni fa, per lavoro, ho avuto modo di parlare con un dirigente dell’Inter e non ho mancato di segnalargli la mia amicizia con Sandro. La stessa persona, in un successivo colloquio, mi ha confermato di averne parlato con Sandro - che mi ha mandato i suoi saluti - dimostrando di ricordarsi molto bene di me malgrado fossero passati trent’anni. Abitavamo a un centinaio di metri uno dall’altro e Sandro utilizzava il filobus 94 - che fermava davanti a casa sua - per recarsi agli allenamenti; abbiamo anche frequentato le stesse scuole medie. Un grande ricordo.
Luigi Ceruti
Caro lettore, la sua lettera mi ha fatto tornare in mente una Milano che sopravvive solo nei ricordi di chi l’ha conosciuta davvero. E per raccontarla basta un nome: Sandro Mazzola. Prima di essere il campione dell’Inter, prima di San Siro, della Nazionale, delle fotografie sui giornali, Mazzola era un ragazzo di Milano. Uno dei tanti. Giocava a pallone all’oratorio. Altro che campi sintetici, spogliatoi riscaldati e genitori con il cronometro in mano. E giocava con gli altri ragazzi senza atteggiarsi a fenomeno. Questa, forse, è la cosa più bella della sua testimonianza. Perché dentro quel campetto c’è tutta una Milano. Quella dei filobus, delle scuole sotto casa, dei quartieri nei quali ci si conosceva per nome, dei ragazzi che sparivano per ore dietro un pallone senza che nessuno telefonasse alla polizia. Una Milano nella quale anche un futuro campione poteva essere semplicemente Sandro, il ragazzo che abitava lì e prendeva il 94 per andare ad allenarsi. Erano gli anni in cui Milano correva. Il boom economico cambiava la città. Ma quella modernità non aveva ancora divorato tutto il resto. E ci si ricordava delle persone. Come Mazzola di lei. E magari, mentre Sandro prendeva il 94 per andare ad allenarsi, nessuno immaginava che quel ragazzo avrebbe fatto la storia del calcio. È proprio questo il bello della giovinezza: il futuro deve ancora accadere, e nessuno ha ancora rovinato la sorpresa.
