Caro Direttore Feltri,
ho letto con stupore su questo giornale la notizia di Mahmoud Al Najjar, il palestinese che stava per arrivare in Italia per studiare all'Università di Tor Vergata e che è stato arrestato dalle autorità israeliane al valico di Kerem Shalom. Secondo Israele, sarebbe un membro operativo di Hamas e avrebbe preso parte al massacro del 7 ottobre. Naturalmente non spetta a me stabilire se le accuse siano fondate. Ma una domanda me la pongo. Com'è possibile che una persona ritenuta dalle autorità israeliane coinvolta in fatti così gravi fosse arrivata a un passo dall'ingresso nel nostro Paese come studente universitario? Chi controlla? Chi verifica? E soprattutto: possiamo davvero permetterci di abbassare la guardia in nome dell'emotività e
della solidarietà? Vorrei conoscere il suo parere.
Cordiali saluti,
Andrea Galimberti
Caro Andrea,
la prima regola del garantismo è semplice: non si condanna nessuno prima che sia stato giudicato. Vale per tutti. Vale per un italiano e vale per un palestinese. Dunque non sarò io a dichiarare colpevole Mahmoud Al Najjar. Detto questo, il garantismo non impone di spegnere il cervello, altrimenti saremmo rovinati. Se le autorità israeliane hanno ritenuto di arrestare questo soggetto con accuse tanto pesanti, il problema esiste. E il problema non riguarda soltanto lui. Riguarda noi. Sì, proprio noi. Perché questo giovane non stava tentando di entrare clandestinamente nel nostro Paese. Non stava attraversando una frontiera nascosto in un camion. Non stava sbarcando su una spiaggia. Stava per arrivare in Italia attraverso un percorso ufficiale, destinato a un'università italiana.
Ed è qui che nasce il quesito. I controlli hanno funzionato? Perché uno Stato serio deve essere capace di distinguere tra chi cerca protezione, studio, lavoro e una vita migliore e chi, eventualmente, rappresenta un rischio per la sicurezza. Negli ultimi anni siamo stati educati a considerare qualunque richiesta di verifica come una forma di razzismo. Qualunque domanda come un atto di ostilità. Qualunque prudenza come una colpa. Io non la penso così. Uno Stato ha il dovere morale di essere umano. Ma ha anche il dovere giuridico di essere prudente.
Gaza è una tragedia umanitaria. Nessuno può negarlo. Ma Gaza è anche un territorio che da anni vive sotto il controllo di Hamas. E sarebbe infantile fingere che il problema della radicalizzazione non esista. Esistono studi, rapporti internazionali, testimonianze e documentazioni che mostrano come l'indottrinamento ideologico e il culto del martirio abbiano avuto un ruolo rilevante nella formazione di una parte della popolazione. Non significa che tutti i palestinesi siano terroristi. Sarebbe una sciocchezza. Significa che il problema c'è e che ignorarlo non lo farà sparire.
Per questo motivo l'accoglienza richiede serietà. Quando apriamo le porte del nostro Paese dobbiamo sapere chi stiamo facendo entrare.
Dobbiamo conoscerne vita, morte e miracoli. O stragi, come in questo caso. E se davvero una persona accusata di aver partecipato al massacro del 7 ottobre era arrivata a un passo dall'essere accolta in un ateneo italiano, allora qualcuno dovrebbe spiegare quali verifiche siano state svolte e se siano state sufficienti. La solidarietà è una virtù.
L'ingenuità è un vizio nostro. E uno Stato che rinuncia a farsi domande per paura delle accuse ideologiche non è più uno Stato generoso. È uno Stato irresponsabile.
Ritengo che il ministro degli Esteri Tajani debba qualche spiegazione agli italiani, in quanto vertice del dicastero che autorizza l'accoglienza degli studenti da Gaza, che in pochi mesi sono già centinaia. Direi che l'arresto del terrorista da parte di Israele ci imponga una battuta d'arresto o almeno maggiore prudenza.