Tifo Italia ogni 4 anni e me ne vanto

Nel nome del popolo italiano che non segue il calcio ma vede ogni quattro anni la Nazionale, viva l'unificazione provvisoria dell'Italia. Con gli Azzurri ai mondiali avviene la riconciliazione nazionale di un paese di solito diviso in tre tronconi: i tifosi, che seguono il campionato e i suoi derivati con assidua partecipazione; i refrattari, che appena vedono la palla cambiano programma, bar e discorso; e gli sportivi ciclici o di legislatura, che si avvicinano al calcio con cadenza quadriennale grazie al mondiale. Di questa terza Italia sono un modesto rappresentante, quella terza Italia fatta soprattutto di donne e di apatici sportivi, che sentono nella Nazionale una specie di richiamo delle origini, patriottiche e infantili e nelle partite in tv un richiamo conviviale su cui imbastire memorabili magnate. Noi sportivi di ritorno stiamo studiando da privatisti per aggiornarci sugli ultimi quattro anni di calcio e per affrontare attrezzati la prova dei campionati.
Ma i mondiali ci ricordano che tra noi e il pianeta c'è di mezzo quella cosa chiamata Italia. Tra il globale e il locale c'è di mezzo la Nazionale. Tanti italiani, caro presidente Napolitano, non ricordano le guerre d'indipendenza né la proclamazione dell'Unità d'Italia, ma nessuno ha dimenticato i mundial che ci videro trionfare. Lo sbarco sulla luna suscitò la stessa emozione notturno-televisiva di Italia-Germania 4 a 3. Insonnia cosmica la prima, insonnia nazional-popolare la seconda. Per decenni la bandiera tricolore era ammessa solo per le partite di calcio; chi la sventolava fuori dal mundial era considerato un fascista. A chi oggi condanna la diserzione leghista dal tifo per la Nazionale, ricordo più incresciosi precedenti: per esempio un Italia-Urss ai campionati europei del '68, con mezza sinistra che tifava in sezione, in fabbrica e sui giornali, per i sovietici. Perché la patria dei lavoratori, recitavano i Calcio Marx dell'epoca, è l'Urss. La nazionale padana e la neonata squadra del Regno delle due Sicilie, disputando giorni fa il loro primo derby della penisola, non sono riuscite a raccogliere neanche l'uno per mille dei tifosi della Nazionale. Saranno pure mondiali in sordina, sopraffatti dai discorsi sull'Africa e Mandela, ci saranno pure molti malumori intorno alla Nazionale, una crescente obiezione di coscienza dei tifosi interisti, milanisti e romanisti per una nazionale ancora troppo juventina. Non vedere in squadra tre totem del calcio odierno come Totti, Balotelli e Cassano, è come lanciare il made in Italy senza la pizza, gli spaghetti e il parmigiano. Ma la Nazionale resta la foto di famiglia dell'Italia, suscita una festa condivisa in caso di successo o uno psicodramma collettivo in caso di disfatta. Anche gli italiani allergici al tifo riscoprono con la Nazionale la bellezza del calcio. Che consiste in una regressione collettiva, gioiosa e sofferente insieme, nell'adolescenza e nelle sue cosce alate. Il calcio è l'infanzia ritrovata, il gusto di un'emozione condivisa e di una guerra simulata. Il calcio è bello perché è epico, rituale, ludico e corporale, dove i rapporti di forza sono elementari e palesi, alla luce del sole. Quel pallone, quelle gambe, quegli spalti gremiti narrano di un'adolescenza collettiva che non vuol finire e che si rigenera in un rito antico. Anche se a volte sollevi il tappeto di gioco e trovi l'immondizia. (Mercoledì esce da Vallecchi Il divino pallone, un bel testo di Giancristiano Desiderio sulla filosofia dei piedi da Platone e Totti).
Da bambino ero fanatico del calcio ed espertissimo. Persi la fede a 15 anni, dopo i mundial nel Messico, e non l'ho più ritrovata. Da allora passai tra gli occasionali, gli sportivi non osservanti, come quei cattolici che vanno in chiesa solo a Pasqua. In quel tempo sapevo tutto del calcio e della Nazionale. La mia bibbia erano gli album di Panini, dove esercitavo il mio feticismo e la mia accademia. Quando giocavo (ala destra da mancino, come poi nella vita) indossavo per ragioni di tifoseria la maglia viola e mi chiamavano per ragioni di carnagione Amarildo. Giocavo otto ore al giorno, festivi inclusi, su campi disastrati o in mezzo alle strade. Numerose le ferite e l'acido lattico, ma per me erano decorazioni sul campo. Il mio primo articolo a dieci anni fu un'invettiva infantile sul Corriere dello sport diretto da Antonio Ghirelli contro Rivera e la Nazionale di Fabbri ai tempi della Corea, la Caporetto del calcio italiano. Dedicai a otto anni una poesia a Miguel Montuori, mezz'ala fiorentina che aveva precocemente smesso di giocare per uno scontro in campo con Maldini senior. Scoprii nella pubertà Indro Montanelli per un articolo che celebrava il secondo scudetto della Fiorentina, La signora in abito viola, apparso sulla Domenica del Corriere nel '69. Andavo con i miei in commosso pellegrinaggio per vedere i viola quando scendevano a giocare al sud. Scoprii la gioia interiore quando allo Stadio delle Vittorie di Bari segnò la Fiorentina e io non potevo esplodere perché i miei conterranei, che avevano allora il culto di Mujesan, mi avrebbero mangiato vivo, con l'aggravante di alto tradimento etnico. Poi i miei pellegrinaggi passarono dai viola ai filosofi. Mi crebbero gli occhiali, si atrofizzò il sinistro, lasciai il calcio e passai ai libri. E lì mi rovinai. Quel che oggi vedete non è uno scrittore o un giornalista contento di sé; ma un calciatore fallito, che voleva restare nel pallone e invece ripiegò sui fantasmi di carta e le sue pensose malinconie. Ma la Nazionale come il servizio di leva, richiama in servizio anche i più antichi disertori... Quando scoccano i mondiali abbiamo tutti tredici anni.

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