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Van Gogh e il sogno folle di aderire alla realtà

A partire da "I mangiatori di patate" il pittore mette sulla tela la sofferenza con una forza nuova

Van Gogh e il sogno folle di aderire alla realtà

Un lungo viaggio attraverso le meraviglie del mondo dell'arte. Ogni settimana in questa pagina il critico Vittorio Sgarbi racconterà l'opera di un grande maestro del passato o del presente - una tela, un affresco, una scultura, un'installazione - leggendola con un occhio particolare. Non soltanto facendoci (ri)scoprire un gioiello dimenticato o lontano dai grandi itinerari del turismo culturale, ma anche facendone emergere i legami artistici e sociali con l'attualità. Una lezione di un intellettuale sempre fuori dal coro che ha molto da insegnarci.

Van Gogh è la dimostrazione che la follia può diventare una forma d'arte.

Quando la follia esce da se stessa, essa diventa una forma creativa insuperabile.

L'arte è nello stesso tempo forma e trasgressione. Ma in Van Gogh la follia ha sostituito l'arte, l'ha assorbita, e da questo punto di vista essa supera i limiti della forma. La follia di Van Gogh oltrepassa la sua pittura, la supera, rendendola una sola cosa con la vita.

Forse solo in Tiziano, per altro molto legato alla storia, al mito e alla religione, la pittura si negava con tanta forza per assumere in se' totalmente la vita. Ma in Van Gogh questo procedimento è accelerato dalla sua follia, che rende la sua pittura non più rappresentazione di una realtà (un campo di grano, il mondo contadino, i girasoli) ma vitalità allo stato puro, energia che trae forza dal colore.

Uno dei suoi primi capolavori è I mangiatori di patate. Esso rappresenta da un lato l'omaggio alla grande tradizione olandese del Seicento, in particolare a Rembrandt, dall'altro lato mostra un riferimento più moderno alla pittura di Honoré Daumier, un grande pittore realista che arriva al limite della caricatura ma che, attraverso la caricatura, come capita anche oggi, riesce a rappresentare una precisa indagine della situazione sociale, con un forte senso critico.

Altro punto di riferimento per Van Gogh è Jean-François Millet, in cui il mondo contadino assume tonalità mistiche, sublimate.

Ma in Van Gogh ogni sentimento del sacro, ogni significato simbolico, allegorico, storico e mitologico, che richiederebbe comunque una conoscenza pregressa, viene eliso, cancellato con un furore unico e selvaggio.

E non si può certo parlare di una pittura di genere, di nature morte o paesaggi, bene o male resistenti fino agli impressionisti.

Nella pittura del Seicento un soggetto come I mangiatori di patate sarebbe rientrato nella pittura di genere. Si pensi a Jacopo Bassano o a Giacomo Ceruti. Soltanto Caravaggio aveva abolito questa distinzione portando soggetti popolari, o "di genere", a una dignità e una centralità mai viste prima e come nessuno mai riuscirà dopo di lui. Ma se si eccettua Caravaggio, questi soggetti esprimono il punto di vista di chi, da una situazione di benessere, potere e bellezza, chiede al pittore un quadro che rappresenti da un punto di vista sollevato, il mondo contadino. Ecco cosa vuol dire "pittura di genere": rappresentazione, contemplazione distaccata di un mondo anche di infelicità, senza che quell'infelicità si comunichi allo spettatore.

Quello che era il genere, diventa con Van Gogh, e lui stesso lo dichiara, il "centro". Si trattava per lui di non indulgere a compiacimenti, di evitare comunque il rischio di un estetismo della miseria implicito in tutta la pittura di genere.

In Van Gogh c'è il racconto di una umanità sofferente, e la sua intenzione non è il pietismo, ma l'epica. Un'epica eroica dove i feticci sono presi dal mondo dei contadini, ma sono perfettamente riconoscibili da chiunque e non chiedono parole di spiegazione.

Van Gogh rappresenta la miseria, l'infelicità di una natura senza idillio. I suoi personaggi, come i mangiatori di patate, sono fuori della storia, sono i vinti che non potranno mai mutare la loro condizione, sono anch'essi nature morte come le scarpe, le sedie, i letti, le stanze che li rappresentano. Per loro nessuna narrazione è possibile, perché non avranno mai evoluzione. Un eterno presente nel medesimo spazio.

Van Gogh fin da subito, anche nel suo realismo ha una visione disperata. Non c'è rimedio o consolazione alla dannazione della povertà: l'inferno è su questa terra.

Questi mangiatori di patate sono fatti della stessa materia della terra che lavorano e delle patate che mangiano. Il colore uniforme rappresenta l'identità della loro sostanza: in esso tutte le cose presenti sono uguali, e occupano lo stesso spazio, che però, proprio nell'omogeneità del colore, annulla ogni prospettiva e diventa uno spazio allucinato, comunque lontanissimo dallo spazio pittorico della tradizione.

Scrive Van Gogh, ritenendo sempre questo suo dipinto un punto di riferimento, così come la serie di disegni e di teste preparatori, "Ho voluto, lavorando, far capire che questa povera gente che alla luce di una lampada mangia patate, servendosi dal piatto con le mani, ha zappato essa stessa la terra dove quelle patate sono cresciute. Il quadro dunque evoca il lavoro manuale e lascia intendere che quei contadini hanno onestamente meritato di mangiare ciò che mangiano".

Ne I mangiatori di patate, dipinto nel 1885, a 32 anni, Van Gogh sembra lontanissimo da quel trionfo del colore che conosciamo, ma è una illusione. È già pienamente lui.

I mangiatori di patate si sono già presi l'anima di Van Gogh, hanno una dimensione emotiva estremamente ridotta, sono infelici, consapevoli di esserlo e incapaci di sovvertire questa situazione.

Non solo in quella stalla / cucina, che ha un analogo per potenza dissacratoria, forse, nella Natività di Caravaggio è

spenta la luce del Signore, la luce celeste di Millet, che neppure ci saremmo attesi, ma è assente anche la luce della libertà della natura.

Nello spazio dei Mangiatori di patate, semplicemente e tragicamente, non c'è luce.

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