Le ossessioni in forma di arte di Szeemann

Luca Beatrice

Dopo anni davvero bui, tra contrazione di fondi e crisi d'identità, il Castello di Rivoli sembra davvero ripartito. Sarà difficile ritrovare lo smalto dei tempi migliori, quando piovevano risorse oggi inimmaginabili, però il lavoro coriaceo di Carolyn Christov-Bakargiev sta restituendo all'antica dimora sabauda il posizionamento internazionale. Certo i problemi restano - la distanza da Torino, il pubblico avanti con l'età (all'inaugurazione prevalenza di over 50, sempre gli stessi, ma il contemporaneo non interessa i più giovani?)- eppure qualcosa si muove, a cominciare da un'offerta finalmente plurale, dalla collezione che ruota alle mostre personali di Anri Sala (francamente incomprensibile) e Hito Steyerl, due capolavori di Andy Warhol e l'omaggio ad Harald Szeemann (1933-2005) - titolo: Harald Szeemann: Museo delle ossessioni, aperta pochi giorni fa - tappa italiana di un'importantissima ricostruzione filologica, cominciata a Los Angeles e proseguita a Berna e Dusseldorf.

Perché Szeeman e un focus incentrato non su di un artista ma su un critico? Questo svizzero apolide, sapiente ed eclettico, lunga barba, curiosità intellettuale a 360 gradi ha sostanzialmente inventato il mestiere del curatore che comincia col stabilire pari dignità alla teoria rispetto all'opera. Il panorama dell'arte odierna è pieno di figuranti che venderebbero l'anima per avere un grammo del talento di Szeemann, un uomo che puntava tutto sulla cultura e sulla capacità immaginifica che lo faceva saltare dalle espressioni più contemporanee (When Attitudes Become Forms, 1969, è considerata tra le più importanti mostre di sempre) all'utopia comunitaria di Monte Verità (in fondo era un fricchettone che avrebbe riso sulla passerella di abiti firmati dei vernissage), dalla direzione di Documenta (edizione mitica, 1972) alla mostra dedicata al nonno parrucchiere, dall'avanguardia estrema di Happening&Fluxus al concetto wagneriano di arte totale.

Non è una mostra facile Harald Szeemann. Museo delle ossessioni perché antispettacolare, intima, concertata sull'importanza dell'archivio personale di un uomo che ha lavorato con gli artisti più importanti del suo tempo scrivendo loro lettere, appuntando impressioni, conservando qualsiasi tipo di documentazione. Un archivio straordinario sottoposto all'attenzione di quegli appassionati disposti a concentrarsi, leggere, acquisire informazioni. Accanto alle opere di Boetti e Merz c'è una colonna che Szeemann si divertì a costruire accumulando negli anni etichette applicate sulle valigie di tutti i suoi viaggi, perché l'esperienza nel mondo vale sempre più di ogni altra cosa.

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