1907, alla Stazione aprì la Casa degli Emigranti

Un libro e un convegno sull’immigrazione per ricordare i cento anni della Società Umanitaria

Un anniversario, un volume e un convegno. È con questa tripletta che giovedì alle ore 17.30 la Società Umanitaria festeggia, nella sua sede storica di via Daverio 7, un secolo di vita, la pubblicazione di Una Casa per gli Emigranti e la tavola rotonda «Dall’emigrazione di ieri all’immigrazione di oggi: problemi, dinamiche e prospettive», col prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi, relatori, fra gli altri, Don Virginio Colmegna della Fondazione Casa della carità e Onorio Fossati, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano.
Curato da Claudio A. Colombo, frutto di un lavoro d’archivio durato più di un anno e mezzo, il libro racconta l’azione dell’Umanitaria nel campo dell’assistenza e, in particolare, la creazione di quella che pochi sanno essere stata la «Casa degli Emigranti». Di riflesso, scorre nelle sue 140 pagine l’odissea di migliaia di lavoratori italiani per tanti anni costretti a portare la loro professionalità all’estero.
Inaugurata nel dicembre del 1907, e attiva sino alla metà degli anni Venti, la Casa degli Emigranti nacque alle spalle della Stazione Centrale di Milano.
Era composta di un corpo a un piano rialzato di circa 350 metri di superficie, di un altro accessorio di 80 metri quadri, ospitava una sala d’aspetto, due dormitori, bagni e lavatoi, il tutto dotato di luce elettrica e riscaldamento. Entrava in funzione alle ore venti, chiudeva il suo accesso esterno a mezzanotte, riapriva alle sette del mattino. Nei suoi primi cinque anni di vita diede ospitalità gratuita a mezzo milioni di emigranti: scesi alla stazione di Milano dopo viaggi lunghi e faticosi, venivano condotti alla Casa e sottratti così alle speculazioni di commercianti e albergatori, rifocillati, ospitati e allo stesso tempo informati su tutto ciò che poteva loro essere utile: orari ferroviari, coincidenze e cambi, organizzazione sindacale del Paese in cui andavano a lavorare, informazioni sul mercato del lavoro che li attendeva.
Con queste iniziative, la Milano del primo Novecento si mise all’avanguardia in Italia nei confronti di un fenomeno migratorio che rischiava di trasformare le stazioni dei centri più importanti del Paese in dormitori all’aperto, dove i lavoratori più umili formavano una folla impaurita e immiserita, timorosa di perdere il cosiddetto «treno della speranza», ma anche i pochi averi che portava con sé. Di quest’epoca pionieristica la traccia plastica più evidente è rappresentata, proprio nella sede di via Daverio, nel Chiostro delle Statue, dall’opera in bronzo di Domenico Ghidoni, L’Emigrante, che raffigura un drammatico gruppo di madre e figlia, un’immagine simbolica che sembra fotografare una piaga delle nostre città, da anni assediate da una forma di immigrazione incontrollata, per la quale occorrono regole precise e doveri inappellabili nel segno, sì, dell’accoglienza e dell’integrazione, ma anche e soprattutto del rispetto degli altri e della legalità.
Quest’ultimo aspetto sarà il tema centrale del convegno, curioso ma anche drammatico paradosso per una nazione che è stata per la prima metà del Novecento il primo Paese europeo di emigrazione e che dagli anni Settanta in poi è invece divenuta un Paese di immigrazione, il quarto, oggi, dell’Unione europea per numero di immigrati dopo Germania, Francia e Regno Unito.
Qualche cifra aiuta a capire la complessità del problema: 3,5 milioni di immigrati, quasi il sei per cento della popolazione complessiva, un numero di «irregolari» che oscilla fra il mezzo milione e le ottocentomila unità.
La politica, su questo fronte, si è mossa in ritardo. La prima legge in materia, la Craxi-De Michelis, venne varata nel 1986, seguì la Martelli nel ’90, la Turco-Napolitano nel ’96, la Bossi-Fini nel 2002 e ora si attende la Amato-Ferrero. In linea di massima, tutte sono state accompagnate da sanatorie e da un’accentuazione ora sul versante della sicurezza, ora su quello dell’accoglienza, che di fatto le ha rese monche e/o sbilanciate. Riflettere oggi sul tema, più che un esercizio intellettuale è un vero e proprio dovere sociale e politico.