Dopo 35 anni trovati resti del fratello di Messner

Günther era scomparso sul Nanga Parbat, scendendo da una delle cime più pericolose dell’Himalaya

Lorenzo Scandroglio

Prima o poi dalle montagne si torna. Quasi sempre. Sarà così anche per Günther Messner, fratello di Reinhold. È di questi giorni infatti la conferma del ritrovamento di altri resti di Günther sul Nanga Parbat, un ottomila che si trova nella catena del Karakorum, in Pakistan, nella parte più occidentale della piega geologica himalayana. Del fratello di Messner era già stato trovato un osso alcuni anni fa, osso che poi era stato sottoposto a indagini genetiche eseguite da Eduard Egarter, lo stesso anatomopatologo che ha coordinato le ricerche su Oetzi. C’è chi, come Oetzi, l’«Uomo del Similaun», è stato conservato dai ghiacci per alcune migliaia di anni e chi, invece, è stato ritrovato prima. Fra gli alpinisti i casi non si contano, anche sui ghiacciai delle Alpi.
Allora Reinhold Messner aveva incaricato la gente del posto di cercare lungo la parete altri resti di suo fratello. Si conclude così una vicenda durata 35 anni e che ha segnato la vita di Reinhold (su cui l’alpinista altoatesino scrisse anche il libro La montagna nuda. Il Nanga Parbat, mio fratello, la morte e la solitudine). La morte di Günther avvenne al momento dalla discesa dalla vetta. Alcuni compagni che parteciparono alla spedizione accusarono Reinhold di avere abbandonato il fratello ormai allo stremo delle sue forze per poter raggiungere la cima, mentre Reinhold ha sempre sostenuto la tesi della morte accidentale nelle fasi della discesa. Il fatto che l’osso fosse stato ritrovato a circa quattromila metri, praticamente a metà dell’altezza della cima e, tra l’altro, sul versante opposto (il Diamir) a quello della salita (il Rupal), dava perciò ragione a Reinhold Messner. Ora il ritrovamento del corpo (il fratello ha riconosciuto scarpe e giacca), con tutta probabilità nella stessa zona dove avvenne la scoperta dell’osso, dovrebbe chiudere la penosa polemica che da sempre stende la sua ombra sulla vita di Reinhold Messner. Per trovare il corpo del fratello e per confermare la sua versione dei fatti Messner si era recato più volte in Himalaya. Il Nanga Parbat (8125 metri) venne scalato per la prima volta il 3 luglio 1953 dall’austriaco Hermann Buhl. Stando a dati che non comprendono le stagioni 2004 e 2005, il Nanga è la seconda montagna più fatale dopo l’Annapurna e prima del K2 con 216 ascensioni, 61 scomparsi e, pertanto, una percentuale di cadute mortali del 28 per cento contro il 41 per cento dell’Annapurna, dove quest’anno è deceduto nostro povero Christian Kurtner. Il versante che venne scalato dai fratelli Messner, il Rupal, ripetuto finora solo dal fortissimo polacco Kukuczka, è stato protagonista in questi giorni anche del tentativo, fallito, dell’alpinista sloveno Thomaz Humar, che è rimasto intrappolato in parete per una settimana, assicurato con un chiodo da ghiaccio, ed è stato salvato miracolosamente prima di cedere con un intervento dell’elicottero inedito a quelle altezze.