Dopo 55 anni ho scoperto che il mio paese è il Paradiso

Bisceglie è considerata l’epicentro del Mediterraneo. Dove nascono frutti mai visti e dove le suore se le suonano di santa ragione <br />

Non ci posso credere ma davvero sei di Bisceglie? Non pensavo, parlando con una giornalista televisiva tedesca, che conoscesse il mio paese. Tutto cominciò quando mi chiese di dove fossi. Risposi genericamente «del sud d'Italia, come l'aspetto fisico può confermare». Pensavo che a lei bastasse. Mi chiese precisamente dove, e quando le dissi in Puglia, mi incalzò con meticolosità tedesca per sapere l'esatta località. Convinto di dirle un nome per lei insignificante, risposi: Bisceglie. E lei esclamò meravigliata: Oh, Bisceglie, ma davvero sei di Bisceglie? Confermai pensando che nonostante la sua biondità avesse magari qualche parente emigrato, perché ho trovato biscegliesi anche nel deserto. E invece no, lei considerava Bisceglie, quasi come me, l'epicentro del Mediterraneo. E mi spiegò perché. Era stata inviata dalla sua tv a Bisceglie perché era accaduta una cosa fantastica: in un monastero, tre suore di clausura, ultime superstiti in convento, si erano menate di santa ragione ed erano finite al pronto soccorso. E la tv tedesca mandò in onda il suo servizio mistico-manesco.

La storia è vera e risale a tre estati fa. Con un risvolto grottesco che mi raccontò un amico quel giorno di servizio in guardia medica. Nello stesso giorno della rissa mistica erano finiti in ospedale tre rapinatori feriti in un conflitto a fuoco. Quando l'Arcivescovo di Trani chiese notizia in ospedale delle condizioni di salute delle tre monache, al centralino scambiarono eminenza con eccellenza e pensarono che fosse il prefetto o un'autorità di polizia a chiedere dei tre malviventi; così in guardia medica risposero che per le ferite d'arma da fuoco ci sarebbe voluto il ricovero. Ma come, rispose atterrito il vescovo, le suore avevano le pistole?

Un biscegliese andò a comprare le sigarette. Spiccavano alle spalle del tabaccaio le minacciose scritte sui pericoli di morte che corre chi fuma. Il tabaccaio afferrò un pacchetto e lo fece scivolare sul bancone. C'era scritto «il fumo rende impotenti». Il mio compaesano guardò la dicitura e ritrasse la mano protesa dicendo: «No, damm' cherr che accìdon» (No, dammi quelle che uccidono). Estremo gallismo sudista: meglio morti che impotenti.

A proposito di Fini che un gruppo di bagnanti ad Ansedonia voleva affogare. Nella nostra infanzia primitiva in riva al mare, c'era un'usanza barbara esercitata in acqua, che andava sotto il nome di onza. Il termine non c'entra con la moneta antica o con la bestia dantesca, la terribile Lonza, ma evoca per assonanza l'onda. L'onza è un supplizio marino scaturito da un'euforia goliardica che spesso sconfina nella vastasaggine, a cui erano sottoposte le matricole del mare, gli imbranati e gli insubordinati, bambini inclusi. A volte era anche un rudimentale approccio di corteggiamento, simile a quello di alcuni animali che vogliono conquistare la femmina assoggettandola. É un rito d'iniziazione al mare che simula l'affogamento: il martire era schiacciato con una mano imposta sulla sua testa, come in un battesimo forzato e costretto dal feroce padrino ad andare sott'acqua, riemergere e nuovamente farsi sommergere. «Onza su onza, nessuno più ti salvera» cantavamo da ragazzi, parafrasando una canzone di Paolo Conte cantata pure da Bruno Lauzi. Di solito l'onza si infliggeva alle spalle della vittima, come la simulazione di un'egemonia in forma di sodomia o di uno jus primae maris, equivalente marino dello jus primae noctis. Non mancava pure la violenza di gruppo, una specie di squadrismo marino di cui si aveva sentore quando vedevi tre o quattro amici o conoscenti avvicinarsi minacciosi verso di te: uno ti teneva le spalle e un altro ti buttava sotto comprimendo la testa. L'unica salvezza era sfilarsi sott'acqua, sgusciare e riaffiorare più in là, guadagnando il largo o la riva. Perchè l'onza, nel suo rituale più efferato, era ripetitiva fino all'estenuazione della vittima sacrificale. Diventava minaccia di morte per i bagnanti venuti dall'entroterra che da noi erano definiti quaratini, andresani e ruvitali, distorsione dialettale e livemenente spregiativa, degli abitanti di Corato, Andria e Ruvo. Approfittando della loro, almeno proverbiale, scarsa dimestichezza col mare, venivano sommersi per il gusto sadico di generare panico e farli bere. L'onza metteva in pericolo la loro vita e solo la pietà dell'aguzzino alla fine li faceva riprendere fiato e riconquistare il rassicurante «qui si tocca» sotto i piedi. Allegra e feroce risale l'onza dei ricordi.

Ho scoperto che al mio paese nasce, cresce e si gusta un frutto che non si trova da nessuna parte, e nessuno conosce, neanche nei paesi vicini. Ogni volta che lo cito tutti cadono dalle nuvole, e quando lo descrivo, pensando che abbia altrove solo un nome diverso, restano meravigliati perché lo ignorano. Da noi si chiama cibo, o la sua dicitura estesa è «Cibo del paradiso». Il frutto che gli somiglia vagamente è un'albicocca gigante delle dimensioni di una pesca, ma è di colore e di sapore diverso da ambedue. È un frutto carnoso e peccaminoso, forse era davvero il frutto proibito che quella porca d'Eva offrì al suo partner, l'unico uomo che aveva la certezza matematica di non essere un cornuto.
L'eden era ubicato in agro di Bisceglie. E noi abitanti non lo sapevamo.