Aborti, immigrate più del doppio delle milanesi

L’Asl: «Se il fenomeno cala, è merito delle lezioni di educazione sessuale a scuola». Mancano risorse, mediatori culturali e il controllo regionale nella distribuzione di ginecologi obiettori

Chiara Campo

Le straniere sono più del doppio delle milanesi. Che, invece, grazie alle lezioni di educazione sessuale in tutte le scuole superiori della città, stanno diminuendo anche tra le minorenni. Sotto i riflettori le donne che si rivolgono ai consultori per chiedere l’interruzione della gravidanza. Dopo le discussioni su pillola Ru486, riforma dei consultori e costituzione di una commissione d’indagine sulla legge 194, risulta che le immigrate che dall’inizio del 2005 al 30 settembre si sono presentate nei 13 consultori familiari dell’Asl milanese o nei 19 convenzionati sono state ben 1.594 (filippine in testa, poi ecuadoregne e donne dell’Est Europa) contro 746 italiane.
Dal 2000 al 2004, infatti, le italiane sono passate dal 45 al 32 per cento. Trend in crescita, invece, per le straniere: dal 55 al 68 per cento. «I dati - dice il direttore sociale dell’Asl Salvatore Tagliata - si riferiscono al 40 per cento delle domande sul territorio; il restante 60 per cento va direttamente all’ospedale o da medici privati».
La riduzione degli aborti tra italiane in genere e minorenni in particolare «è merito anche dell’attività di prevenzione: le lezioni di educazione sessuale nelle scuole superiori, ad esempio, coinvolgono anche le giovani straniere che imparano a cautelarsi. Aumentare i consultori? Sarebbe un’esagerazione: facilitiamo invece l’accesso ai servizi ampliando gli orari».
Piuttosto complicato risulta, casomai, l’intervento sulle immigrate disagiate e su quelle non più in età scolastica. Problema affrontato anche nella Commissione comunale Pari opportunità che ieri ha discusso della legge 194 riflettendo anche sui dati Asl e sulle testimonianze di rappresentanti di alcuni tra i più importanti ospedali cittadini. Concordi che, quel che serve per affrontare la nuova emergenza sono le risorse, il personale, i mediatori culturali e un controllo regionale nella distribuzione di ginecologi-obiettori di coscienza negli ospedali.
«Nei Centri di ascolto del S. Carlo e del S. Paolo - spiega Graziella Sacchetti, ginecologa del S. Paolo - le straniere vengono per abortire, ma anche per informarsi dalle mediatrici culturali. Il servizio, però, costa e forse il prossimo anno i fondi, garantiti finora dalla legge 40 sull’immigrazione, non basteranno per coprire i bisogni di un fenomeno ormai di dimensioni tali da richiedere stanziamenti ad hoc».
Per Augusto Colombo, responsabile dell’applicazione della 194 alla clinica Mangiagalli, c’è poi il problema dell’obiezione di coscienza. «La media regionale è del 67 per cento, ma in alcuni ospedali arriva all’80-90 - spiega -. È lo Stato che dovrebbe garantire che la concentrazione non superi il 50 per cento per struttura».
«Anche perché - concorda la consigliera Ds Marilena Adamo - in certi ospedali che pure sono totalmente accreditati, vengono limitati i posti letto e le ore in cui si praticano aborti. Con il risultato che alcune strutture del centro si sobbarcano di superlavoro e devono soddisfare anche la richiesta dall’hinterland. Se i ginecologi disponibili non sono sufficienti, inoltre, la legge prevederebbe anche il ricorso a consulenti». Adamo difende anche «una campagna massiccia sull’uso dei contraccettivi, totalmente assente in certe culture, e la sperimentazione della pillola abortiva». «Occorre poi - conclude la consigliera Ds - un collegamento più stretto tra gli ospedali e il Comune che deve farsi carico della donna che, pur in difficoltà, ha deciso di proseguire la gravidanza».
Maddalena Di Mauro (Fi), presidente della commissione Pari opportunità ha le idee chiare: «Visto che per le italiane informazione e prevenzione hanno funzionato, bisogna pensare ora a interventi più mirati e specifici per le straniere».