Addio al professore che giocava coi treni

Molti fanno collezione di trenini. Lui faceva le cose in grande, e la sua raccolta era di treni veri. Locomotive a vapore, elettriche, funicolari, tram. Interi convogli. E poi carrozze, autobus, un aeroplano. Nel museo che aveva creato a Ranco (Varese), aveva ricostruito sistemi di segnalamento, uffici ferroviari, persino una stazione della metropolitana di Milano. C'erano - ci sono - anche i trenini: 250 metri quadrati di plastico programmato per simulare i traffici di una giornata di 24 ore, dai chiarori dell'alba al buio della notte. Con Francesco Ogliari scompare un personaggio un po' eccentrico, di spessore e di cuore. Avvocato, professore universitario, studioso e scrittore, aveva saputo trasformare la sua passione in una nobile attività. Grazie alla sua monumentale «Storia dei trasporti» - 80 volumi - e a un numero imprecisato di altri scritti è stato considerato il più illustre storico del settore e ha ottenuto premi e riconoscimenti ai massimi livelli. Aveva contatti con musei, ferrovie, società di tutto il mondo; ogni tanto qualcuna, prima di dismettere del materiale, gli offriva qualche carrozza o qualche locomotore. E il museo di Ranco, nato nel 1964 a Malnate e poi trasferito nella sede attuale sul lago Maggiore nel 1987, si è così ingrandito poco a poco, anno dopo anno, ed è stato organizzato con rigore. Quando le Ferrovie dello Stato, nel 1989, hanno inaugurato nello storico sito di Pietrarsa, presso Napoli, il loro museo, lo hanno fatto allestire a lui. Che aveva peraltro anche già creato la sezione trasporti del Museo nazionale della Scienza e della tecnica, a Milano, durante i 25 anni in cui ne era stato presidente. Al museo dei trasporti di Ranco - scientifico come un'enciclopedia, piacevole coma una piccola Disneyland - tutti entrano gratis, accolti da un grande cartello di benvenuto nel quale il fondatore spiega che «la cultura è un sacro diritto per tutti». Del mondo dei trasporti si era anche messo al servizio come amministratore: assessore al Comune di Milano e poi a quello di Varese. Fu lui a «battezzare» le fermate delle tre linee della metropolitana. Francesco Ogliari era un uomo romantico, un dolce gentiluomo con la nostalgia dei tram col salottino in velluto rosso. Un erudito d'antan, innamorato di una Milano che non c'è più, alla quale ha dedicato centinaia, migliaia di scritti. Non solo trasporti, ma anche piccole cronache di città, il progresso dell'Ottocento, la luce elettrica, i misteri del suo sottosuolo. Era spinto dal desiderio di trasmettere ricordi che forse, senza il suo tramite, sarebbero andati perduti; tutto il corpus della sua opera di storico è legato dal filo sottile dell'affetto, della spinta emotiva. Raccontava: «Quand'ero assistente di diritto romano all'Università di Milano il Comune mi incaricò di raccontare la storia dell'Atm, l'azienda dei trasporti. Mi accorsi allora che ovunque la sensibilità per il mondo antico era molto forte, mentre il passato prossimo veniva trascurato. Fu un'illuminazione». Durante quella ricerca storica Ogliari s'imbattè in una locomotiva a vapore, un Gamba de legn fabbricato dalla Breda nel 1892, che alle officine Galtarossa di Domodossola stava per finire inghiottito dall'altoforno. «Lo feci portare nel giardino della casa dei miei nonni, a Malnate, all'insaputa di tutta la famiglia». Lo seguì, di lì a poco, una carrozzetta Edison: era il primo nucleo del futuro museo. Si materializzava un'ispirazione di conservazione e di tutela: quelle macchine erano destinate a scomparire, e conservarle assumeva un forte significato morale. Era il giusto tributo a mezzi di trasporto che avevano fatto la storia abbattendo le distanze tra i luoghi, semplificando la vita delle persone e attutendone le differenze.
Ma l'origine «intima» dell'amore di Francesco Ogliari per i trasporti era un'altra. «Era l'estate del 1951 - raccontava - e stavo in villeggiatura con la famiglia a Varese. Avevo vent'anni, vent'anni di allora, e una gran voglia di muovermi e di conoscere. Scelsi di andare a Venezia, con un treno notturno per non dover dormire fuori casa, e la sera tutti i parenti mi accompagnarono alla stazione. L'arrivo a Venezia fu alle sei del mattino: non dimenticherò mai quell'alba sorprendente, con la locomotiva lanciata a tutto vapore sul ponte della Vittoria! Un'emozione che tuttora mi fa venire i brividi». Addio, caro Professore.