ALAN FORD Festa col papà milanese

Numero doppio per l’agente segreto e le sue 450 storie

Daniele Belloni

Siccome da piccolo murava la porta e raramente incassava gol, lo chiamavano Bunker. Max viene dal secondo nome, Massimiliano, e poi assieme a Bunker «suonava bene». Meglio di Luciano Secchi, che non è male, ed è anche il suo vero nome. Ma alzi la mano chi, giovane lettore di «Alan Ford», non sia rimasto male, persino scosso, il giorno in cui apprese che Bunker si chiamava Secchi, e che Max era Luciano, in realtà. Oggi Bunker e Secchi convivono felicemente negli uffici di via Fatebenefratelli, dove la Max Bunker Press festeggia il numero 450 di Alan Ford in edicola oggi, come fa ogni mese, senza interruzioni, dal maggio 1969. Un numero doppio che contiene una nuova avventura dello scassatissimo gruppo di agenti segreti noto come TNT, e la ristampa di uno dei capolavori della celebre serie, «L'Albero di Natale». Formidabile creatore di personaggi strampalati ed esilaranti (il tappo nasuto Bob Rock, il mefitico Superciuk), di nomi altisonanti e sublimemente ridicoli (i postini scansafatiche Sigmund Mail e Pisistrate Nelson), Bunker ha immaginato un mondo grottesco dove i poveri sono tutti puzzoni e antipatici e i ricchi restano arroganti, dove il potere politico emana un sentore porcino e i cattivi sono la parodia della cattiveria. Superciuk, ad esempio, lo spazzino dalla doppia vita impegnato a «difendere i ricchi dallo strapotere dei poveri», un Robin Hood al rovescio che stende i nemici con la fiatata alcolica figlia di un pessimo barbera. «Mi ispirò il portinaio del palazzo dove abitavo a quei tempi» racconta Bunker mentre Secchi annuisce. «Beveva come una spugna, circondato da una nube puzzolente e letale per zanzare e moscerini. L'era semper ciucc. E così fu Superciuk». Un personaggio che sottolineava l'aspetto comico e paradossale di quegli anni Settanta vissuti con la pentola della rivoluzione in costante ebollizione. L'avvento dello spazzino castigapoveri segnò il decollo delle vendite di un fumetto che fino a quel momento era stato tenuto in vita dai guadagni di altre creazioni bunkeriane stampate dall'Editoriale Corno: «Alan Ford» arrivò a superare le 200mila copie e approdò in tv segnalando i suoi creatori come i geniali rinnovatori del fumetto italiano. Nel tratteggiare l'arazzo burlesco sul quale si muovevano gli agenti del Gruppo TNT capeggiati dal vecchio barbabianca in sedia a rotelle, il Numero Uno, Bunker faceva coppia con l'inimitabile Magnus, il bolognese Roberto Raviola. «Avevamo la stessa età, le stesse esperienze, il ricordo comune della fine della guerra, delle difficoltà e della confusione che seguirono alla pace. Tempi in cui, se non pagavi la bolletta del telefono, arrivava un tale con cesoie giganti e il taglio dei fili veniva offerto al pubblico ludibrio». Ridacchia Bunker/Secchi, mentre evoca un allegro mondo di pezzenti che è la cifra specifica di «Alan Ford», un'aura comica sottolineata dal tratto deciso di Magnus: personaggi che volano per aria con la suole delle scarpe bucate, la mantellina sherlockiana e piena di toppe dell'agente Rock, la cleptomania del conte Oliver e l'ipocondria di Geremia Lettiga, e giù a ricordare quei 75 numeri che segnarono la loro collaborazione (che non fu solo «Alan Ford», ma anche «Kriminal», «Satanik», «Maxmagnus»). Finì perché Magnus cercava altre strade, «Alan Ford» andò avanti, ed è ancora qui. Certo Magnus, scomparso nel 1996 dopo aver disegnato le 224 tavole di un «Tex» speciale che gli prese gli ultimi sette anni di vita, a Secchi/Bunker manca un po’. Rimasero amici, sempre. Si vedevano a Milano, poi si scrivevano. «Nobil Messere, scrivevo io. Caro Vicerè, rispondeva lui. Ci capivamo al volo, non servivano parole». Ma c'era una cosa su cui non eravate d'accordo? «Beh, lui era del Bologna, io interista. E in quegli anni ci rubarono uno scudetto». E se davvero potesse tornare oggi Magnus? Se entrasse da quella porta, qui in ufficio? Secchi e Bunker guardano la porta, sgranando un po' gli occhi. Che cosa direste? «Ueilà, Dove sei stato tutto questo tempo? Racconta racconta».