Gli alberi «ritratti» da Federica Galli

Dai platani dell’Arena alla Quercia delle Streghe in Toscana

Domizia Carafoli

Arrivò a Milano nel 1946 a quattordici anni. Da sola. «Esattamente 14 anni, un mese e dieci giorni», precisa Federica Galli. Veniva dalla provincia cremonese «ed ero praticamente una bambina». Era venuta per studiare disegno a Brera e si trovò immersa in una città di rovine. «Cumuli di calcinacci, muri pericolanti, la Galleria sfondata, case di cui erano rimasti in piedi solo i primi piani, tutti puntellati». In una di quelle case c’era una panetteria dove la giovanissima Federica andava a mangiarsi un panino con l’uva nell’intervallo delle lezioni.
Una città desolata ma anche cupamente romantica. «In via Mulino delle Armi, al terzo piano di una casa bombardata, si vedeva un camino con ancora il paiolo appeso alla catena». Immagini che si incisero profondamente nell’animo della studentessa di Belle Arti. Forse da quelle vedute piranesiane del dopoguerra milanese deriva all’artista quella sensibilità particolare che le fa amare i tronchi nodosi e contorti di alberi vetusti, segnati dalle intemperie; le cascine abbandonate della campagna lombarda, dissestate, silenziose, assediate dai rampicanti. Confessa: «Ero attratta da quelle rovine. E presto ho cominciato a inciderle. E lo faccio ancora adesso. L’ultima incisione risale a poco tempo fa. Via Lupetta, dove, chissà come mai, c’è ancora un edificio bombardato, dopo sessant’anni».
Ma più ancora che per le sue incisioni di rovine, più che per le bellissime vedute di Venezia, Federica Galli è celebre per i suoi magici «ritratti» di alberi. È una «dame aux arbres» che indaga il mondo arboreo, spinta da un’inesausta sete di conoscenza, incidendo direttamente sulla lastra. «Il mio mestiere - dice - è un apprendimento continuo. Di come sono fatti i rami, i vari tipi di foglie. Ma, intendiamoci, non so nulla di botanica. Una volta mi hanno chiesto: “Ha mai inciso un ontano?”. Ma che albero è l’ontano?».
Ora una splendida serie dei suoi alberi monumentali è esposta alla Galleria Salamon di via San Damiano fino al 18 marzo. «Colossi vegetali italiani», si intitola la rassegna che è anche un singolare itinerario attraverso l’Italia degli alberi secolari: la Quercia delle Streghe in Toscana, il larice altoatesino che ha superato i duemila anni, il gigantesco olmo di Mergozzo in Piemonte, il castagno anch’esso millenario del Trentino, la Roverella della Ca’ del Pepp, ancora in Piemonte. Non conoscerà la botanica, Federica Galli, ma conosce l’essenza, l’anima degli alberi: «L’albero monumentale è una creatura egocentrica che crescendo fa il vuoto intorno a sé. Per questo esercita il fascino tutto particolare di un grande direttore d’orchestra. Anche i grandi direttori d’orchestra sono creature monumentali. E spesso fanno il vuoto intorno a loro».
Federica è una grande appassionata di musica lirica e il suo accenno rimanda alle recenti vicende che hanno decapitato la Scala. E con gli alberi di Milano come la mettiamo? Non sempre la città sembra amarli né difenderli. «Diciamo che li difende talvolta in modo sbagliato. Faccio due esempi: piazza Tommaseo e piazza S. Trinità, in fondo a via Cesariano. Erano mal curate, con aiuole spelacchiate. Quando si misero a scavare per i box, i verdi fecero grandi proteste. Ma ora quelle piazze sono ordinate, pulite, bene illuminate e con alberi che stanno crescendo bene».
Certo diverso è il discorso dove sorgono alberi monumentali. E lei gli alberi monumentali di Milano li ha «censiti» tutti con il suo bulino: i platani all’Arena, gli alberi della Chiesa Rossa e quelli che circondano San Simpliciano. I giardini della Villa Reale e di via Palestro, anche se confessa di non amare più di tanto i giardini: «Preferisco gli alberi nello spazio naturale». E alla libera espansione di tronchi e di rami intricati dal delicatissimo effetto grafico Federica Galli dedica incisioni grandissime. Da dove deriva la scelta del grande formato? «Non so bene. Ma il mio lavoro mi prende terribilmente e quando incido quelle grandi lastre mi sembra di fare anche una grande cosa. Invece il piccolo formato mi riconduce alla realtà: non faccio poi nulla di così importante». E allora preferisce sognare sulle lastre, grandi come la sua umiltà di grande artista.