Albertazzi alle prese con i «tic» di Dante

È stato Adriano, Amleto, Enrico IV e Creonte. Ma anche Riccardo III, Lear, Faust e Giulio Cesare. O forse non è mai stato nessuno di loro, ma ha loro prestato il suo cuore, il suo sguardo, la sua voce e il suo genio espressivo. Giorgio Albertazzi non vi dirà che cosa significa calarsi in un personaggio: lui non lo fa mai. L'attore non si annienta: arricchisce un personaggio fatto di parole scritte sulla carta con il proprio carattere. In questa nuova sfida sul palcoscenico, al teatro Nuovo da domani al 7 febbraio (ore 20.45, info: 02-794026) Albertazzi non recita nemmeno. «Canta». Con la sua regia interpreta la Divina Commedia senza essere solo la voce di Dante. «Ormai lo sanno tutti che sono contemporaneo di Dante», ama scherzare l'attore che promette di voler far conoscere al pubblico un Alighieri inedito. «Il mio è uno “show-conferenza“ - spiega Albertazzi - per indicare che lo spettacolo non è tanto "dizione" o "lettura" dei versi, quanto un tentativo di scoprire Dante nella cultura, nelle opinioni, nella cronaca della sua vita e nella storia dei suoi tempi». Da Albertazzi non conviene attendersi dunque una rilettura dei canti. Gassman, Benigni, e tutti i loro epigoni «fini dicitori» sono lontani. Diversi. Questa, che sulla carta viene definita come una «commedia classica con orchestra dal vivo», è in realtà un incontro. Fra il Divino e il Sommo. Fra maestro e autore. «Vorrei che attraverso questo lavoro - scrive Albertazzi nella presentazione della sua opera - il pubblico trovasse un modo per dare del tu a Dante, ma anche per scovare i suoi vizi, i suoi tic». Dare la caccia ai luoghi comuni su Dante è la sfida del maestro di Fiesole: «Dante non è noioso, anzi erotico, talora morboso. Mi piace perché sostiene il primato dell'etica sulla politica». Eppure questa consapevolezza Albertazzi ammette di averla avuto più tardi: «Ho amato Dante a scuola perché ero innamorato della mia prof di latino. Poi nella vita mi sono servito di lui: fiorentino come me il Poeta mi ha svelato una serie di segreti soprattutto riguardo all'eros e al rapporto con la donna angelicata. Ho spesso fatto finta di capirlo, mentre non c'è tanto da capire, quanto da sentire». Ed è questa la promessa di Dante legge Albertazzi: si può «dire» Dante come si «dicevano» una volta i poeti in trattoria? Secondo Albertazzi ognuno legge per sè: un po' come tutti i Greci avrebbero voluto «accaparrarsi» i natali di Omero, così è sempre andata per Dante. «Lo hanno riletto clericali, marxisti, gramsciani e fascisti», dice il regista. Nessuno l'ha mai posseduto del tutto, però. Secondo Albertazzi l'aspetto più importante e fuggevole di Alighieri è la lingua, anzi il linguaggio: «Si dice che Dante abbia creato una lingua e che Joyce invece ne abbia disfatta un'altra», dice provocatoriamente Albertazzi. L'aspetto più moderno di Dante è il suo viaggio nel linguaggio: è lui che lo inventa, che lo deduce dalle lingue indoeuropee. «La creazione del vocabolario dell'Accademia della Crusca data tre secoli dopo Dante. Quella di Dante è una lingua-filtro, eterogenea e tessuta di cento innesti e integrazioni, dall'arabo al tedesco». È per questo che il regista e attore da ragione a Beckett quando disse che la lingua di Dante non era più fiorentina che napoletana. Eliot invece sosteneva che Dante fosse il più universale fra i poeti di lingua moderna e che benché ci fosse più «varietà» in Shakespeare, in Dante c’era più universalità. Un po' come a dire che Dante è il nostro Dna. Quello di tutti.