All'anagrafe Mohammed batte il nome Giuseppe

Francesco o Marco? No, il nome più di moda è quello del profeta Maometto. Per i loro figli i genitori stranieri rispettano le tradizioni d’origine

In Italia nascono troppi i bambini o troppo pochi? C’è chi, come l’economista e presidente della banca vaticana Ior Ettore Gotti Tedeschi, considera la crisi economica legata anche al decremento demografico. Pochi nati significa, nel giro di qualche anno, meno produttori e meno consumatori, oltre a provocare un drammatico squilibrio nel sistema pensionistico. Altri, come il politologo Giovanni Sartori, rimangono legati a vecchi allarmi per cui i nati sarebbero comunque sempre troppi. Chi ha ragione?

In assoluto i numeri non lasciano dubbi. Il tasso di costanza della popolazione è di 2,1 figli per donna: due figli rimpiazzano due genitori, e lo 0,1 in più compensa le donne sterili o che rinunciano al figlio. Negli anni 1990 l’Italia è scesa ai livelli più bassi dell’intero pianeta, con un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna. Nel decennio iniziato con il 2000 il tasso è risalito da 1,18 a 1,41, rimanendo peraltro ancora molto al di sotto del tasso di costanza di 2,1.

In più, la risalita è in gran parte ingannevole. Non è riferita ai cittadini italiani, ma ai presenti sul territorio. La seconda cifra comprende anche gli immigrati, regolari e clandestini. Non bisogna confondere la crisi demografica con una presunta crisi dei reparti maternità. La seconda crisi non esiste, ma perché i reparti maternità sono ampiamente sostenuti dagli immigrati. Il tasso di natalità delle donne italiane è probabilmente il più basso del mondo. Battiamo anche la Cina, dove esiste una legge che impone il figlio unico. Il tasso di natalità delle donne immigrate in Italia invece si abbassa quando si tratta di immigrate di seconda o di terza generazione, ma resta comunque ampiamente al di sopra del tasso di costanza del 2,1. In molte grandi aree metropolitane nascono ormai più bambini immigrati che italiani. Lo stesso fenomeno è stato studiato in Francia da Michèle Tribalat, i cui autorevoli studi hanno suscitato disappunto politico ma non sono stati smentiti.

Una cartina di tornasole è offerta dai nomi di nascita. Tra i nomi maschili più diffusi all’anagrafe sono entrati Mohammed e Youssef, tra quelli femminili Fatima. Si legge anche che è molto diffuso Hu, ma si tratta di un equivoco: per i cinesi Hu è un cognome, non un nome, e per esempio il leader della Cina Popolare Hu Jintao si chiama Jintao di nome e Hu di cognome. Hu, in compenso, è il sesto cognome più diffuso a Milano dopo Rossi, Ferrari, Colombo, Bianchi e Russo; il milanesissimo Brambilla viene solo all’ottavo posto e dietro premono fra gli altri Zhou e Chen.

Ma non c’è solo l’immigrazione. Grazie ai vecchi, l’Italia sembra ancora la Sacra Famiglia: il nome maschile più diffuso è quasi ovunque Giuseppe, quello femminile Maria. Ma tra i nuovi nati oltre ai più alla moda Andrea e Giulia - in testa alla hit parade delle nostre anagrafi per il 2010 - spuntano, soprattutto per le bambine, le varie Jessica, Samantha, Luana, per non parlare della povera Yara, mentre i maschi adottano variazioni straniere di nomi italianissimi come Alex, Simon o Michel, ma si chiamano anche Milton, Ryan o Scott. Per fortuna la voga politica dei piccoli Lenin e Stalin sembra essersi esaurita, ma anche chiamarsi Lovely o Ginger - ce ne sono - dev’essere un peso non da poco.

Conferendo il battesimo il 9 gennaio a ventuno neonati nella Cappella Sistina, il Papa ha insistito sull’importanza del nome, che per il cattolico fa riferimento a un santo protettore. Lovely, Milton e Ginger nel santorale non ci sono, e neppure le diffuse Jessica e Samantha. La colpa è solo dei genitori che vogliono essere originali a tutti i costi? Forse è anche di chi chiama regolarmente i figli con i nomi di grandi santi della nostra storia. Il collegamento con il santo infatti è andato perduto. L’onomastico diventa sempre meno importante, semplice occasione per consegnare svogliatamente quel regalo dimenticato a Natale o al compleanno.

Soprattutto, alzi la mano chi - anche cattolico e praticante - insegna ai figli a conoscere e pregare il santo di cui portano il nome. Eppure ci sarebbero qui dei tesori di conoscenza. Quanti piccoli Carlo potrebbero essere ispirati da san Carlo Borromeo. E come farebbe bene a qualche giovane Tommaso - prima di correre a farsi chiamare all’inglese Tom o Tommy - leggere qualcosa sulla riconquista della fede da parte del dubbioso Tommaso apostolo. Per non parlare della grandezza intellettuale di Tommaso d'Aquino...