Amaro destino della stele di Axum

Troppe soddisfazioni per un uomo solo benché esposto su tanti fronti, anche a rischio (corso) di perdere il posto, ma mai la testa. Qualche mese fa il New York Times stroncava in modo definitivo e irreparabile la vandalica impresa di Richard Meyer all'Ara Pacis. Testimonianza non di architettura contemporanea, ma di arroganza di regime e di stupro legalizzato nel più grande centro storico del mondo.
L'avevo detto. È l'amara conclusione con la quale sigillava il suo giudizio sulla precarietà e sugli errori del genere umano il principe di Salina. L'avevo detto. Una triste e amara soddisfazione. Non è bastata quella esperienza ad impedire al ministro Rutelli di estendere all'Italia la sua impresa scellerata, nella ostentata distrazione del risorto Consiglio nazionale dei Beni Culturali sotto la Presidenza di Salvatore Settis: la minacciata Pensilina di Arata Isozaki agli Uffizi prima benedetta poi bocciata dal ministro Urbani. Quest'ultimo, oggi, ritorna alle cronache con un balbettio incomprensibile sul destino, da me previsto, della Stele di Axum, restituita con grande pompa all'Etiopia nell'aprile del 2005, dopo una mia furibonda battaglia per impedirne l'insensato smontaggio. Stava così bene davanti al Circo Massimo ed era il più forte richiamo al suo luogo d'origine, nella bellissima Etiopia. Ora la stele giace sotto una miserabile tettoia, invisibile e umiliata, a danno dell'Italia e dell'Etiopia. Urbani: «È pazzesco, che l'obelisco sia ancora a terra impacchettato mi rattrista e mi sgomenta». E, ancora, incredibilmente: «Certo c'è una bella confusione se l'Unesco ha ritenuto di dover fare nuove perizie sul luogo su cui deve essere ricollocato. Ritenevo che il silenzio significasse che tutto era a posto. Invece, dopo due anni, non è ancora successo nulla. Io sono orgoglioso di quanto fu fatto dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista politico i patti vanno rispettati, sarebbe orripilante che ci rimangiassimo la parola».
Fattispecie impossibile. Perché di fatto l'errore è stato compiuto proprio rispettando i patti, e cioè consegnando agli Etiopi, sull'onda del fatto emotivo, ciò che essi non sarebbero stati in grado di ricollocare nel sito originario per mancanza dei macchinari necessari a rialzare la stele e per il rischio che le vibrazioni dell'assestamento danneggino le altre steli del Parco Archeologico. Avevo previsto tutto. L'avevo detto. Avevo fatto riferimento anche alle difficoltà di trasporto della stele stessa e di ogni altro strumento necessario alla sua collocazione.
Come ha osservato Francesco Bandarin, direttore dell'Unesco: «Un progetto complicato; non si può passare dal porto eritreo di Massaua, Djibuti è molto lontano, Axum si trova a 2000 metri di altezza, collegata su strade, sulle quali i carichi eccezionali, come i macchinari, procedono a 10 kmh». Dunque, per molti altri anni l'obelisco di Axum rimarrà invisibile, sottratto alla civiltà e alla conoscenza. Per leggerezza e per arroganza. Se ne accorge ora La Repubblica, con l'amara conclusione «a due anni dalla restituzione mancano i fondi per erigere la stele». Io l'avevo detto.
Vittorio Sgarbi