Anche il robot ha un’anima. Imbrogliona

E ora chi lo spiega ai teologi che i robot hanno un’anima? Questi ammassi di ferraglia e di intelligenza artificiale sono come i vostri colleghi d’ufficio. C’è quello di cui ti puoi fidare e c’è chi colpisce alle spalle. Ci sono i furbi e gli ingenui, quelli che si vendono per un paio di batterie scadute, quelli che barano e fanno la spia. Quelli con le palle, come sempre, sono pochi. Quasi tutti sono anime grigie, un po’ buoni e un po’ cattivi, poveri cristi che si barcamenano nel mettere insieme un pranzo e una cena. Tutto comincia a Losanna, nella Svizzera di Rousseau e del segreto bancario. È qui, nel laboratorio dello Swiss Federal Institute of Technology, che un gruppo di scienziati guidati dall’italiano Dario Floreano ha scoperto la coscienza dei robot.
Gli automi vengono chiusi in uno spazio con trappole e labirinti. E divisi in quattro tribù. Il loro obiettivo è sopravvivere. Il cibo è una presa, segnalata da globi luminosi, dove possono ricaricare le batterie. Ma l’energia scarseggia e in più alcune prese sono trappole, chi si alimenta resta fulminato. Il gioco è semplice: qui il cibo, lì il veleno. I robot sono equipaggiati con un «codice genetico artificiale» composto di trenta elementi di software che regolano la capacità di rispondere agli stimoli. È una sorta di dna in linguaggio binario. I ricercatori non hanno resistito alla tentazione di fare gli apprendisti di Dio. «Fiat lux» e via con l’evoluzione. Hanno mescolato i «cromosomi» più intelligenti e ottenuto robot figli. Alla cinquantesima generazione, la sorpresa.
Ecco il furbo, il figlio di buona robot, l’imbroglione. Tre tribù scelgono la cooperazione, ogni individuo segnala a tutti, compagni e vicini, la presenza di eventuale cibo o veleno. La quarta tribù si avvicina allo straniero, al robot dell’altra tribù, e dice: «Prendi quello, tranquillo, è roba buona». L’altro si fida e zac: fulminato. Uno di meno. I ricercatori osservano la scena e quasi non ci credono: «Stiamo attualmente studiando le condizioni che hanno portato gli automi a sviluppare questo comportamento». La coscienza dei robot è lo specchio della morale umana. Quello che, davvero, non ti aspetti è il sacrificio: il robot eroe. E a Losanna anche questo è successo. Ci sono robot che accettano di morire per segnalare ai compagni il pericolo. La natura, in fondo, premia i furbi. Ma ciò che rende umani gli uomini è la coscienza del sacrificio. È vedere qualcosa di più grande oltre il piatto di batterie. È la scelta di cadere nel buio, nel buco nero del black out, per salvare l’altro, il prossimo, la tribù.
Isaac Asimov, il padre delle tre leggi della robotica, aveva ragione. I post-umani hanno un’etica. E forse sono migliori degli uomini. Solo un quarto dei robot appartiene alla schiatta dei furbi.