La prima anoressica in città: 14 anni e un male ancora ignoto

Esce oggi il libro «Il digiuno dell’anima» in cui è ricostruita la drammatica storia che risale agli inizi degli anni ’70

A Milano, nell'autunno del Settanta, un'adolescente di quattordici anni si affaccia al balcone e capisce di avere «l'età sbagliata». Il seno cresce e l'infanzia se ne va. È più o meno in quei giorni che decide di deviare la sua storia banale «con una curva così brusca come solo le malattie o le morti sanno tracciare». Vuole riprendersi l'infanzia con una malattia quasi sconosciuta, a quei tempi. Una malattia che la farà entrare e uscire dalle cliniche per il tempo necessario a risalire da venticinque a quaranta chili. Per mesi prima, e poi per anni, cambierà per lei soltanto la specializzazione dei reparti dove verrà ricoverata: dalla psichiatria alla medicina generale, dalla nefrologia alla neurologia. Tanto è lo stesso: siamo a Milano, la città dei più grandi e migliori ospedali e specialisti d'Italia, ma nessun medico capisce il caso di questa adolescente che si sta lasciando morire mentre passa l'estate ad ascoltare Morandi sopra una branda del Policlinico. Questa adolescente che sarà classificata come la «prima» anoressica di Milano.
Ne Il digiuno dell'anima (Bompiani, pagg. 128, euro 14), in libreria da oggi, Pierluigi Panza, giornalista delle pagine culturali del Corriere della Sera e docente universitario, racconta la storia di questa adolescente in prima persona, come in un diario, lasciandola per scelta senza nome. «Ho conosciuto questa ragazza, l'ho frequentata per molti anni e ho avuto modo di accedere ai suoi diari, su cui si basa il romanzo» ci spiega Panza. «Anche se naturalmente si tratta di una ricostruzione anche fantastica». Panza, che non vuole rivelare se la ragazza cui si ispira la storia è ancora viva, fa morire la sua protagonista dopo trent'anni di dolore nei pressi di Siena, la città di quella Santa Caterina per cui la ragazza ha una vera ossessione.
Ma Milano rimane il centro della vicenda, una Milano ai tempi completamente colta alla sprovvista dalla malattia: «La popolazione comune nemmeno sapeva esistesse l'anoressia» prosegue Panza. «I giornali non ne parlavano. Casi conclamati non emergevano. Non esistevano ospedali specializzati. Era il dopoguerra e per i primi borghesi alfabetizzati su larga scala che uscivano dall'universo della povertà, era davvero difficile pensare che il non mangiare fosse una malattia». Eppure qualche medico che si rese conto del fenomeno ci fu. «Tra i primi medici a seguire la prima anoressica ci fu una psicoterapeuta, ora scomparsa, che era proprio in quei mesi tornata dagli Stati Uniti e provava a studiare i primi casi di coscienza contemporanea del male. Ma era comunque troppo tardi: la ragazza era già avviata sulla strada della morte».
Ora, a quarant'anni di distanza dall'inizio della storia narrata nel Digiuno dell'anima, le psicopatologie legate ai disturbi alimentari sono così diffuse ed estese che è facile riconoscerle. Ma non altrettanto facile curarle e avvicinarle, almeno secondo Panza: «Sono contrario ai messaggi incoraggianti dei sopravvissuti. Negli elementi giovanili e più deboli ha l'effetto contrario a quello che si vuole ottenere: induce a pensare che si possa passare attraverso l'inferno, uscirne vivi e diventare protagonisti del mondo dei media. Inoltre i centri specializzati continuano ad essere pochissimi, privati e molto costosi anche se quelli di Milano sono tra i più avanzati. Inoltre sono gli stessi anoressici a non voler essere classificati: continuano, oggi come allora, a passare da gastroenterologia a psichiatria a neurologia. Il loro gioco fantastico, che è parte della malattia, consiste proprio nello sfuggire ad ogni classificazione».