Antichi gioielli del culto fanno capolino fra strade e palazzi

Gli edifici sono stati nel tempo soffocati dalle nuove costruzioni. Pochi li conoscono, ma in passato furono teatro di grandi eventi

Non hanno a disposizione piazze centrali, luoghi monumentali o viali alberati. Tutt’al più le puoi trovare in mezzo a uno spartitraffico, o che contendono l’esiguo spazio a un lattoniere di periferia. Eppure le piccole chiese, quelle snobbate dalle guide turistiche, racchiudono storia cittadina e aneddoti pur appartenendo ormai a una città invisibile. Prendete la chiesetta dei Re magi di Crescenzago: è in una viuzza che si chiama Regina Teodolinda vicino via Palmanova all’altezza del civico 133. Luogo sfiorato quotidianamente da migliaia di auto che sfrecciano a tutta velocità da e per la tangenziale Est: chi può mai accorgersi di questo gioiellino romanico-lombardo in mattoni rossi? Anche il minuscolo campanile, ricostruito dopo i bombardamenti dell’ultima guerra, stenta a farsi notare, schiacciato tra un condominio di otto piani e la staccionata di un deposito di ferraglie che le è cresciuto addosso. Eppure, la chiesina ha una sua dignità: fu fatta erigere nel 1352 da Bernabò Visconti; venne visitata sia da Carlo Borromeo sia da Federigo rispettivamente nel 1582 e nel 1611 e fino a tutto l’Ottocento sorgeva a ridosso del quartiere Rottole, allora villaggio di catapecchie abitato dagli spazzini municipali. Dal 1967 appartiene alla vicina parrocchia di San Giuseppe dei Morenti che la apre alla liturgia sia il sabato pomeriggio sia la domenica mattina. Per chi lo sa apprezzare, è un minuscolo luogo ancora pieno di fascino.
Dagli spazzini agli spazzacamini, in via Magolfa, al civico 13, svetta ancora un piccolo campanile con velleità gotiche: la chiesetta di Santa Maria del Sasso risale al XVII secolo. Oggi è prigioniera tra una pizzeria alla moda e un condominio che vorrebbe fagocitarla. Forse la presenza di una croce in ferro posta sul campanile tiene ancora a distanza gli speculatori. La sua piccola storia narra che nel 1869 più di 200 spazzacamini diedero vita sul suo minuscolo sagrato alla prima società di mutuo soccorso col compito di aiutare i lavoratori in difficoltà.
Invece la chiesa di San Carlo al Lazzaretto, San Carlino per gli affezionati, è situata in via Lecco angolo viale Tunisia. Decine di auto in sosta, cartelloni pubblicitari, lampioni e pali la nascondono alla vista ma ai tempi della peste era visibilissima: era un semplice altare al centro esatto del lazzaretto di manzoniana memoria. Risale alla prima metà del 1500 e fu proprio San Carlo, nel 1580, a dare inizio ai lavori per trasformarla in una chiesa. Da allora, la chiesetta a base ottagonale ne ha viste di tutti i colori. Nel 1796 è adibita a polveriera dalle truppe napoleoniche; un anno dopo Giuseppe Piermarini su indicazione dello stesso Bonaparte la trasforma in un altare della patria. Poi è la volta degli austriaci che ne fanno un deposito, e qualche decennio dopo, dell’ospedale Maggiore che lo adatta prima a fienile e poi a ghiacciaia. Finalmente, a fine Ottocento, è acquistata dalla parrocchia di Santa Francesca Romana per 14mila lire. Oggi i milanesi la snobbano ma molte comunità di latini ogni domenica si ritrovano alle sue messe.
Sta in mezzo a uno spartitraffico di via Lorenteggio, tra i civici 27 e 31, il luogo di culto più piccolo di Milano. San Protaso è una mini-chiesa soffocata dal traffico e dallo smog: chi non è del quartiere «tira via» senza degnarla di uno sguardo. Invece chi si avvicina viene trasportato per incanto in una città remota e povera, quando tutt’attorno c’era solo campagna: un minuscolo sagrato in sassi di fiume, alcune cassette di piante e un cero sempre acceso davanti al piccolo portale costituiscono gli unici «lussi devozionali» di San Protaso. Risale all’anno Mille circa, quando il territorio circostante faceva parte dei beni della basilica di San Vittore al Corpo. Gli urbanisti la vedono da sempre come il fumo negli occhi: avrebbero voluto demolirla già negli anni Trenta e poi al termine dell’ultima guerra. Per fortuna in entrambi i casi gli abitanti insorsero e la chiesa più piccola di Milano è rimasta in piedi. E perché nessuno si faccia venire strane idee sulla sua sorte, nell’ultima domenica di novembre è ancora al centro della festa di quartiere. A raccontarci che lì dentro, secondo una leggenda, sostò in preghiera Federico Barbarossa nel 1162.