Arlecchino, rinascita a colori

Il protagonista di questa storia tutta milanese è un Arlecchino, anzi più di uno. Il primo è una scultura di ceramica multicolore alta due metri e cinquantotto centimetri e larga un metro e dieci, modellata dalla genialità di un artista (nato in Argentina ma milanese d'adozione): Lucio Fontana. Il secondo Arlecchino è il cinema che l'imprenditore milanese William Quilleri inaugurò il 9 ottobre del 1948, cavalcando la rinascita culturale della città nel dopoguerra e trasformando la sala di via San Pietro all'Orto, in pieno centro, in una delle più amate dai milanesi per decenni. C'è poi un terzo Arlecchino, ovvero il protagonista de «L'Arlecchino servitore di due padroni» di Carlo Goldoni che, dal debutto del '47 al Piccolo Teatro in via Rovello, per la regia di Giorgio Strehler, resterà maschera sempre amata all'ombra della Madonnina. Per spiegare come tutti questi arlecchini siano tra loro legati, dobbiamo tornare all'estate del 2009 quando i figli di Quilleri, proprietari della sala del cinema Arlecchino, decisero di chiudere e avviare i necessari lavori di restauro. «Era arrivato il momento di mettere in sicurezza i due capolavori di Lucio Fontana che avevano accompagnato la vita del nostro cinema fin dal primo giorno», ricorda David Quilleri. I lavori di Fontana (1899-1968), padre dello Spazialismo e tra i maggiori artisti del Novecento italiano, sono proprio la statua di Arlecchino che campeggiava, ben appesa a dei ganci, nella hall del cinema e il fregio «La battaglia» sottostante lo schermo della sala di proiezione. Il restauro - altro tassello non secondario di questa storia milanese - è stato eseguito dalle accorte mani della milanese Barbara Ferriani e culmina ora nella messa in mostra delle opere nelle sale della Galleria Claudia Gianferrari (in via Corridoni 41, fino al 19 marzo, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 19): la collezionista e critica d'arte, recentemente mancata, si era adoperata fino all'ultimo per la riuscita dell'evento. La storia di questo Arlecchino così speciale è narrata in un catalogo edito da Charta, raffinata casa editrice con sede a Milano e New York: sebbene ad oggi il cinema di via San Pietro all'Orto sia ancora chiuso e il suo futuro, al pari di tante sale cittadine, appaia incerto, l'Arlecchino di Fontana e l'Arlecchino di Quilleri sono simboli che raccontano meglio di tanti altri quanto fosse frizzante l'aria di Milano negli anni Cinquanta. «Se tu vedessi Milano, è qualcosa di meraviglioso, pare un immenso cantiere in costruzione», scriveva Fontana, appena sbarcato in Italia dall'Argentina, a suo fratello.
La vitalità della città passava anche per i sogni in celluloide: tante le iniziative, i cineforum e le rassegne che nascevano in quegli anni. Quilleri fece qualcosa di più: creò un cinema che fosse un tributo alle arti visive; chiamò un artista come Fontana a decorarne gli interni e, con il nome scelto per la sua nuova creatura, omaggiò l'irriverente maschera goldoniana che tanto piaceva ai milanesi. Ma se l'Arlecchino di Strehler era ormai il simbolo della rinascita di una città che voleva lasciarsi alle spalle le durezze del regime e le tragedie della guerra, Quilleri non poteva ignorare che il coloratissimo costume di Arlecchino era anche un perfetto inno alla tecnologia del «technicolor», la novità del momento. Bianchi, neri e grigi furono in quegli anni sostituiti sullo schermo dai colori sgargianti, e fu subito successo: per esaltare le potenzialità del «technicolor», il cinema Arlecchino si dotò anche di uno schermo speciale che assicurava maggiore nitidezza alla pellicola. Ecco allora che lo spettatore era accolto nella hall da un grande Arlecchino appeso al soffitto, uno prolusione di colori e contrasti di oro e nero: in sala lo attendevano quattrocento posti con schienali colorati (non stupisce che la sala fu subito ritratta in copertina dalla rivista Domus) e, sotto lo schermo, un fregio in ceramica lungo quasi sei metri, rappresentante una battaglia, che al buio diventava fluorescente. Oggi rivedere restaurate le opere di Fontana ci ricorda come negli anni Cinquanta arte e cinema siano state per i milanesi una vera fabbrica dei sogni.