«Arroganti, non vogliono accettare le nostre leggi»

Simini: «Non gli interessa l’educazione dei figli. Pretendono che il nostro sistema si conformi al loro e una sede dove proseguire nell’illegalità»

Augusto Pozzoli

I genitori egiziani degli alunni di via Quaranta insistono: lasciateci la scuola aperta ancora per un anno per costruire un’alternativa. In sintesi questa la posizione emersa durante l’assemblea indetta ieri presso l’aula magna del liceo scientifico Einstein per dar modo ai responsabili dell’amministrazione scolastica, il direttore regionale Mario Dutto e il suo vice Antonio Zenga, di illustrare in che modo le scuole milanesi sarebbero in grado di accogliere bambini e ragazzi rimasti senza istruzione dopo la chiusura della struttura inagibile di via Quaranta. La proposta è ormai nota: iscrizione in una scuola statale, «aiuto nella conoscenza della lingua araba» e in «eventuali richieste della famiglie, ad esempio per l’alimentazione», «facilitazione all’eventuale preparazione agli esami presso il consolato egiziano, con la possibilità di organizzare corsi extrascolastici». Una proposta messa anche per iscritto sui volantini, scritti in italiano e arabo, distribuiti all’ingresso. E l’arabo è stata del resto la lingua parlata durante gli interventi, con un interprete che traduceva le parole degli esponenti italiani ed egiziani. Si è fatto di tutto, insomma, per cercare di capirsi, ma alla fine sono rimaste tutte le incomprensioni su cui si sta sviluppando una vicenda per cui, oggi più che mai, non si riesce a intravedere una via d’uscita.
Dopo gli interventi di Dutto e Zenga i genitori egiziani hanno preso ripetutamente la parola. Tutti in arabo, tranne una giovane mamma di tre bimbi, italiana convertita all’Islam: «Non capisco – ha detto – perché tutti i genitori in Italia possono scegliere la scuola che vogliono, e noi no. La struttura di via Quaranta non ha i requisiti di agibilità? Allora ci mettano a disposizione una scuola vuota, come si è fatto per altre religioni o concezioni educative». Forse più pragmatici i punti di vista di altri genitori egiziani: «Ho due bimbi che hanno iniziato a studiare in una scuola statale – ha spiegato un padre –, non riuscivano a integrarsi e faticavano con l’italiano, per questo l’anno scorso li ho spostati in via Quaranta e i risultati si sono visti: apprendevano bene l’arabo, ma miglioravano molto anche in italiano. I miei bimbi in questi giorni guardano i loro amichetti del quartiere che hanno ricominciato a studiare, e loro sono costretti a stare a casa. Non è giusto». Un altro egiziano, in assemblea con il figlio per mano, spiega l’insistenza sulla richiesta di una scuola diversa da quella italiana: «Siamo in Italia per lavorare – ha detto – ma il nostro sogno è quello di costruirci un futuro nel nostro Paese, e se torniamo i nostri figli non avrebbero un titolo di studio riconosciuto, quindi non avrebbero prospettive di lavoro». Decine di interventi, sentimenti di analogo tenore. Sentimenti ben noti ad Aly Sharif, responsabile della scuola di via Quaranta, che alla fine è intervenuto per ribadire una richiesta generalmente condivisa dai suoi conterranei: «Stavamo lavorando per un progetto di scuola paritaria – ha detto – e invece 5 giorni prima dell’inizio dell’anno scolastico ci è stata imposta la chiusura. Lasciateci ancora dove siamo, dateci un anno di tempo per lavorare a costruire un’alternativa, non possiamo lasciare a casa centinaia di bambini senza scuola».
E questa mattina via Quaranta potrebbe tornare a essere punto di riferimento delle famiglie egiziane: molti si sono dati appuntamento lì per le 8 e trenta. La partita si fa dunque sempre più complessa. Mario Dutto e i suoi collaboratori sono a disposizione anche per i prossimi giorni per favorire le iscrizioni alla scuola statale, ma danno per scontato anche che molte famiglie non sono pronte ad accogliere la proposta. Per questo hanno ricordato la facoltà dell’educazione paterna. E anche in questo caso sono pronti a collaborare, dando consulenza sul percorso da seguire perché sia rispettato il diritto all’istruzione dei minori. Anche perché, sono alcune centinaia le famiglie egiziane che ancora stanno cercando una scuola per i loro figli.