«Ascolto Mozart per non sentire il Parkinson»

Andrea Tornielli

«In certi momenti di difficoltà trovo utile la musica. Ascolto Mozart e questo mi aiuta a muovermi e a camminare». Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, racconta il suo Parkinson ai malati come lui. Fa da «testimonial» – anzi da «testimone» – per aiutare chi vive la sua stessa condizione a far sì che si parli di più di questa malattia, la stessa che ha accompagnato gli ultimi tre lustri di vita di Giovanni Paolo II. Ieri mattina, nell’aula magna del Cto-Icp di Milano, in occasione del XV anniversario dell’Associazione italiana parkinsoniani, presieduta dal professor Gianni Pezzoli, il cardinale ha accettato di rispondere alle domande di chi è stato colpito dal morbo. Sono arrivati in tanti, da soli o accompagnati, sulle proprie gambe, aiutati da carrelli oppure in sedia a rotelle, per ascoltare il «testimone» che oggi vive tra Gerusalemme e Galloro, alle porte di Roma, e ha scelto di non nascondere la sua malattia ma di contribuire a farla conoscere. «I primi sintomi sono comparsi circa dieci anni fa. Non me ne sono accorto io, ma i miei collaboratori, che hanno visto la mia mano tremare quando parlavo in pubblico. Poi ho avvertito un tremore anche alla gamba e una rigidità che durante la notte mi impediva di dormire. Ho chiesto delle consulenze e sono arrivato al Centro Parkinson. Prendo delle pastiglie ogni tre ore. I sintomi adesso sono sotto controllo e non si manifestano se non quando sono sotto stress».
Il cardinale, che è seguito da Pezzoli, ha quindi raccontato il progressivo ma lento peggioramento delle sue condizioni: «Sono aumentati i fenomeni di tremito in certe circostanze e la deambulazione è diventata più difficile, ma devo dire che riesco a lavorare abbastanza bene. Vengo da cinque giorni trascorsi in una casa del clero di Reggio Emilia dove ho tenuto gli esercizi spirituali ai sacerdoti con due conferenze, una messa, colloqui e un incontro serale al giorno».
«Certo – ha continuato Martini – devo usare alcune precauzioni: dopo mezz’ora di lavoro, devo fermarmi, devo fare i calcoli del tempo necessario per fare le cose in modo diverso da quattro anni fa. Adesso non sarei più capace di fare l’arcivescovo di Milano. Il professor Pezzoli mi dice che dovrei lavorare la metà di quanto facevo prima. Ma è difficile. Osservo attentamente la dieta, che mi precede per lettera quando viaggio in modo che dove vado siano già informati di ciò che ho bisogno di mangiare, anche se qualche piccola trasgressione mi viene ogni tanto suggerita, di nascosto. Faccio molta fisioterapia. E soprattutto cerco di passeggiare molto, soprattutto a Gerusalemme. Due o tre ore il lunedì mattina, il sabato vado nei giardini della Knesset. Dovrei fare cinquemila passi al giorno ma non sempre ci riesco. Ho il contapassi per controllare». Per superare le difficoltà, che nel caso di un quasi ottantenne non sono soltanto legate al morbo di Parkinson, Martini dice che «ognuno ha i suoi trucchi». «Bisogna imparare ad appoggiarsi a tutti gli appigli naturali – spiega – e si impara a riconoscerli anche quando sembra che non ci siano, come quando ci si arrampica su una parete in montagna. Trovo utile la musica, che mi facilita i movimenti e mi aiuta a compiere anche gesti faticosi. Ascolto Mozart, perché ha ritmo e melodia: il primo stimola i nervi, la seconda aiuta l’unità dei movimenti. Se devo riassettare la stanza, lo faccio a suon di musica». Il cardinale, nonostante la malattia, fa di tutto per continuare a tenere un ritmo normale di attività. E in effetti, vedendolo e sentendolo parlare, ieri mattina, non si sarebbe detto che è un malato di Parkinson, forse anche perché la forma del morbo che l’ha colpito non è tra le più aggressive. Uno dei momenti più toccanti dell’incontro sono state le domande dei malati. Come quella di Luca, 36 anni, da sei malato di Parkinson, che ha chiesto al cardinale come affronta i momenti di sconforto e di rabbia di fronte alla malattia che avanza. «Ero più soggetto a momenti di sconforto e depressione – ha risposto Martini – prima di ammalarmi di Parkinson. Certo, ci sono situazioni difficili, soprattutto nelle prime ore del pomeriggio. Ci sono momenti di nervosismo e fatica, come quando mi sveglio nel cuore della notte e devo stare attento a non perdere l’equilibrio se mi alzo. Ho continuato a mantenere impegni molto precisi, anche se ora non sono più in servizio permanente effettivo. Ho lasciato Milano il 10 settembre di tre anni fa e il giorno successivo avevo già preso il papiro che volevo studiare e ho cominciato il mio lavoro di esegesi e critica testuale. Studio l’ebraico moderno per allenare la memoria».
L’arcivescovo emerito di Milano ha infine spiegato agli altri malati come la preghiera lo aiuti a non essere ripiegato su se stesso. «A causa del Parkinson – ha detto – mi riesce difficile la preghiera mentale, è più facile la preghiera vocale che mi aiuta quando sono nervoso, turbato o non pienamente padrone di me stesso: prego per tutte le persone e le situazioni bisognose di Milano, di Gerusalemme e delle altre realtà del mondo che ho conosciuto. Questo mi aiuta a distogliere l’attenzione da me stesso. Quando prego non penso mai alla mia malattia».
Andrea Tornielli