Astrattismo in cerca di armonia

Inaugurata la mostra «Colore e geometria» sul movimento non figurativo in Italia

Elena Pontiggia

Astrattismo deriva dal latino «ab-s-trahere», strappare via. Etimologicamente indica un distacco radicale dalla realtà. E infatti il suo primo teorizzatore, Kandinskij, sosteneva che l'artista deve cogliere la dimensione spirituale delle cose, prescindendo dalle loro apparenze immediate. Il termine, però, parve presto insufficiente. Alcuni artisti rivendicavano il fatto che loro non si «strappavano» dalla realtà, anzi non la consideravano nemmeno. Semmai davano concretezza alle forme della loro mente. Si parlò allora di «arte concreta», ma l'espressione ebbe una fortuna limitata.
Sull'astrattismo storico italiano si è inaugurata ieri e rimane aperta fino al 7 luglio, una mostra alla Galleria Blu (via Senato 18), che si intitola «Colore e geometria». La rassegna ripercorre le vicende del movimento non figurativo in Italia, soffermandosi sui suoi principali protagonisti, da Reggiani a Soldati e Veronesi, ai comaschi Radice, Rho, Galli e accompagnandoli dagli anni Trenta ai decenni più recenti.
Ma vediamo di ricapitolare un po' queste vicende. Nei primi anni Trenta si forma a Milano un movimento di arte astratta, che si raduna intorno alla Galleria del Milione. Quest'ultima, fondata nel 1930, si era ben presto orientata verso le avanguardie europee. Nel dicembre 1932 aveva organizzato una mostra di Léger, nel 1934 aveva presentato le prime personali italiane di Kandinskij, Vordemberge-Gildewart, Albers. Finalmente, nel novembre 1934, aveva ospitato una collettiva di Bogliardi, Ghiringhelli, Reggiani, che si può considerare la prima mostra dell'astrattismo italiano.
Quali erano le fonti di ispirazione degli astrattisti? Innanzitutto il tardocubismo, progressivamente depurato da ogni elemento naturalistico; poi i maestri dell'astrattismo europeo esposti nella galleria; inoltre le riviste, soprattutto francesi come «Abstraction-Création»; infine l'architettura razionalista dell'epoca, a cominciare da Terragni. Suggestioni provenivano poi da certi libri sull'armonia dell'universo, come Le Nombre d'or di Matyla Ghyka e il saggio di Severini Dal cubismo al classicismo. In quest'ultimo Severini, muovendo da Vitruvio, rileggendo i trattati rinascimentali di Leon Battista Alberti, Luca Pacioli, Dürer, Piero della Francesca, formulava i principi di un'estetica del numero. Esiste, spiegava, un rapporto numerico perfetto, il numero d'oro, che governa le opere della natura (un frutto, una foglia, una conchiglia, il corpo stesso dell'uomo) e ha governato i capolavori architettonici di tutti i tempi, dalle piramidi egizie al Partenone, alle cattedrali romaniche e gotiche. È quella proporzione che deve ispirare la composizione di un quadro, la costruzione di una scultura.
Insomma, gli astratti sognavano l'armonia, ma, sapendo che nella vita ce n'è poca, volevano crearla nella loro arte. E spesso ci sono riusciti.