ATTENTI AGLI STREGONI

Quanto tempo è passato? Erano anni, tanti, che non si vedevano studenti di destra e sinistra prendersi a botte. Piazza Navona sembrava una macchia del passato. Quattro feriti, due arresti, bottiglie che volano, spranghe post moderne. Uno dei feriti racconta: «Ero a terra. Mi hanno colpito con cinte e caschi». Quelli del Blocco Studentesco, la destra estrema del movimento, rispondono: «Pubblicheremo su youtube e facebook. Mostrano una realtà ben precisa. Gli scontri sono fomentati dagli antifascisti che non accettano l’unità generazionale di destra e sinistra». Tutti, gli uni e gli altri, giocano alla rivoluzione e sfilano contro la Gelmini.
Questa storia di ieri è, magari, solo un’interferenza spazio-temporale, una di quelle immagini che arrivano dalla storia e subito si dissolvono, una sorta di déjà vu. Magari davvero non succede nulla. Altri tempi, altra gente, le ideologie sono in soffitta e sotterrate sotto qualche muro. Quelle botte, però, sono un piccolo segnale d’allarme. Evocare la piazza, gli autunni caldi, gli studenti in cerca di identità e le paure di una generazione che non vede il futuro non è una scelta a costo zero. Quando gli apprendisti stregoni prendono in mano la scopa, e il megafono, si sa dove si parte, ma non dove si arriva. È quello che i sociologi chiamano «stato nascente». È una sorta di ebbrezza collettiva impossibile da controllare. Rotola. Ti fa sentire protagonista e si alimenta di odio, illusioni, violenza. Le parole, in questi casi, sono benzina.
Il decreto Gelmini è appena diventato legge. I senatori dell’opposizione lasciano Palazzo Madama e come tribuni parlano agli studenti. La svolta è compiuta. Veltroni e Di Pietro si affidano completamente alla piazza. È la politica che straborda e non è più confronto, alternativa, dibattito duro di idee e programmi. È delegittimazione. Questo governo non deve governare. Punto. Basta. Non contano i voti. Non conta la democrazia. Non conta nulla. È la piazza, la volontà extrapolitica della piazza, che fa sentire la sua voce. E la piazza è quasi sempre una minoranza, rumorosa. Veltroni e Di Pietro ci avevano provato prima con gli operai, sognando un autunno caldo metalmeccanico. Ci hanno provato con il «popolo del no», i reduci del no global, no tav e vaffa vari. Ma questi ormai viaggiano dispersi nella blogosfera. Restavano gli studenti. Eccoli, con le loro ragioni e le loro paure. Le vittime di una scuola che non funziona, malandata e prigioniera del passato, che sfilano in piazza per difendere lo status quo. Questa società li ha già condannati e loro ballano sulle macerie. È questo che preoccupa.
L’opposizione a questi ragazzi non può dare alcuna alternativa. È rancore e frustrazione. Non offre idee, ma solo il guscio vuoto di un’ideologia andata a male. Questi ragazzi dovrebbero dire a Veltroni e Di Pietro: cambiamo il welfare, adeguiamolo alle esigenze del nostro tempo. Sapete, il vostro stato sociale, i vostri sindacati, proteggono solo gente di 50-60 anni. A noi non ci vedono. Noi precari, noi flessibili, noi con il futuro da disegnare passo dopo passo non abbiamo uno straccio di paracadute. Se cadiamo ci facciamo male. Questo dovrebbero chiedere, ma non lo fanno. Non chiedono a Veltroni e Di Pietro: ma noi avremo mai una pensione? E perché in Italia ci sono due repubbliche del lavoro? Una di gente ipergarantita e un’altra, la nostra, senza tutele, senza diritti. Né ferie, né malattia. Questi ragazzi non chiedono al governo, a Berlusconi o alla Gelmini, di buttare giù quel pezzo di Medioevo che è l’università, terra di baroni e vassalli. Terra di sprechi e nepotismi. E in questo feudo di intoccabili i servi della gleba sono sempre loro, gli studenti.
È questo il problema. Il decreto Gelmini non è neppure una riforma. Sono interventi, considerati urgenti, per coprire alcune falle. È legittimo dire: non basta, non mi piace, sono perplesso. È legittimo anche scendere in piazza. Anche se piove. Anche se c’è la crisi. Quello che fa paura è il resto. È trasformare il decreto Gelmini in un totem. È sussurrare, come una litania, la parola regime. È questa voglia di abbattere i governi nel nome di un’etica superiore, che si appoggia sul nulla. È parlare di fascismo e antifascismo. È strizzare l’occhio alle ideologie. Questa Italia non è una dittatura e gridarlo offende tutte le vittime delle vere dittature. È un’offesa ai martiri del fascismo e del comunismo, del Cile di Pinochet e dell’Argentina desaparecida. È una bestemmia contro i morti della Cina e della Cambogia. È uno sputo in faccia a chi, in nome della libertà, ha perso la vita. È troppo facile, e vile, fare gli antifascisti senza fascismo. Non fate questo gioco. È stupido, pericoloso, anacronistico. Avvelena. E disegna nel cielo una macchia di piombo.