Attenzione a quei bravi ragazzi

L’attentatore mancato di Detroit era proprio un bravo ragazzo nigeriano, un bel partito. Umar Farouk Abdulmutallab, 23 anni, è uno che se si presentasse oggi a qualsiasi consolato occidentale (ammesso fosse scampato alla sua bomba, e l'avesse fatta franca) avrebbe il visto d’ingresso per qualsiasi motivo lo richiedesse: lavoro, studio, turismo. Se non fai entrare uno così, e magari non gli dai subito la cittadinanza, vuol dire proprio che sei prevenuto. Ebbene sì, bisogna armarsi di sana prevenzione. C’è qualcosa che si ha paura a dire, e da quando non può più gridarlo Oriana Fallaci, anche di più. La questione non è la provenienza etnica, ma quella religiosa. Non è la disperazione sociale a trasformare un uomo in kamikaze, ma l'islam radicale oggi egemone. Non tutti i musulmani estremisti si fanno kamikaze, perché i santi sono rari anche tra i musulmani estremisti, ma i più bravi, i bravi ragazzi, quelli colti, che hanno il tempo per pensarci su, qualche volta lo fanno. Sono i terroristi bravi ragazzi, o i terroristi islamici dagli occhi azzurri, come li battezzò il settimanale americano «Newsweek» già nell'ottobre del 2001, guardando i curriculum di studio e di lavoro degli assassini alle Twin Towers e dei loro finanziatori. Primi della classe, che viaggiano in prima classe.
Guardiamo la carta d'identità di Umar Farouk. Un capolavoro di integrazione nel nostro mondo. Risulta iscritto a ingegneria presso la prestigiosa University College London, è figlio di un banchiere ed ex-ministro. Reddito, famiglia, stile di vita: tutto perfetto. Questo induce stampa e tivù a titoli pieni di meraviglia e - diciamolo - pieni di ignoranza, ma anche di ideologia conscia o inconscia. Infatti è dura a morire la cultura di cui grazie a marxismo e pauperismo ci siamo imbevuti tutti sin da piccoli. È quella espressa a Milano dal «Piccolo teatro» dove si rappresentava come un'agiografia vera la «Santa Giovanna dei Macelli» di Bertolt Brecht. Risparmio la trama. Giovanna diventa santa nel senso comunista della parola, quando partecipa alle lotte dei proletari. Se sono violenti non è perché siano cattivi ma perché poveri. La rivoluzione sanguinosa nascerebbe cioè dalla disperazione sociale, dalla condizione di servitù che impone il ribaltamento.
È la vecchia tesi di cui troviamo traccia - insieme ad osservazioni utili - anche negli scritti dei nostri procuratori antiterrorismo, i quali sostengono siano le restrizioni in fatto di immigrazione e di permessi, l'incomprensione degli italiani, i pregiudizi a spingere verso l'adesione ad Al Qaida. Scrive Armando Spataro, citando la storia di alcuni pentiti: «Essi non erano estremisti religiosi in patria e, anzi, non erano neppure islamici praticanti. L'arrivo in Italia, l'emarginazione immediatamente vissuta, la precarietà delle loro risorse di vita li hanno determinati a cercare solidarietà nella comunità degli immigrati e negli ambienti dell'estremismo religioso fino ad avvicinarsi, all'interno di tali comunità, ai più temuti personaggi che vi gravitavano, cioè ai più violenti e ai più “forti”, la cui “autorevolezza” si rifletteva anche su di loro che ne erano divenuti amici: da questi contatti, in breve, l'indottrinamento sulla strada della violenza e la scelta della militanza terroristica».
Da questa autorevole analisi si può ricavare: 1) i pentiti sono gerarchicamente soldati semplici, di basso profilo. 2) Esistono in Italia musulmani forti, puliti, personaggi entrati in Italia e ben sistemati, con titoli, accreditamenti religiosi, e che sono la fonte prima del terrorismo. Calamitano i fragili. (Domanda ingenua: che cosa aspettiamo a estirpare la calamita?). 3) Il nerbo duro dell'estremismo islamico è dunque altra cosa rispetto ai disperati gregari, mai inclusi tra i capi. Sono mossi non dalla condizione sociale ma dall'adesione al nucleo osceno e incandescente del Corano, letto secondo la tradizione wahabita. La quale ahinoi è oggi maggioritaria tra i praticanti islamici italiani (per fortuna sono solo il 10 per cento del totale), essendo fatta propria dai Fratelli musulmani; e costoro hanno in mano la più parte delle moschee italiane. Più che integrare questi «tipi forti» bisognerebbe disintegrarli nella loro potenza di proselitismo assassino. O no?
Ricordiamocelo: Osama Bin Laden è uno yemenita e principe saudita, la sua famiglia è tuttora vasta, aveva buoni rapporti con Bush e li ha tuttora con l'establishment finanziario anglosassone. Non si tratta di parlare più con gli arabi né di condurre affari con loro. Ma di badare a chi ci mandano in casa. E tagliando i canali, a costo di rimetterci, là dove il denaro finisce per finanziare le centrali della nostra morte.
Insomma, e scusate se batto il chiodo: la questione è l'islam puro e duro. Finché esso è egemone tra i musulmani, la nostra difesa è stare attenti a chi viene tra noi e viaggia con noi. Il problema non è la condizione sociale, l'etnia o l'essere extracomunitari, ma l'appartenenza a un'ideologia che è bravissima a truccare i suoi fidi. E noi gli facciamo la corte dicendo: sono tutti bravi imam e i loro discepoli bravi ragazzi.