In balìa del restauro

Il bene più prezioso per un luogo è l'integrità del suo valore storico e ambientale, il suo essere quello che è stato; e oggi una fotografia di un edificio o di un paesaggio può talvolta conservare più poesia e verità di una realtà attuale non degradata, ma profondamente trasformata. In quell'immagine troviamo quello che la realtà di oggi ha perduto. È una tragica constatazione, ma da un certo momento in poi la bellezza dell'Italia, che era sempre cresciuta per accumulazione, in forme, stili ed espressioni le più varie, dagli Etruschi a Carlo Scarpa, ha iniziato a consumarsi senza trovare adeguata compensazione. In questa trasformazione, in questa modernizzazione che inizia negli anni Cinquanta e che cambia radicalmente il volto dell'Italia, anche nei centri più vincolati, negli esterni, ma anche e soprattutto negli interni, negli edifici pubblici e privati, inizialmente benedetta come una forma di progresso, va vista la fine di una certa Italia. In quel momento si comincia ad avvertire quello che poi sarebbe avvenuto in proporzioni impreviste, oltre l'immaginabile. Nelle scuole di campagna ci sono ancora i banchi di legno, con i calamai per l'inchiostro e i pennini, ma stanno per arrivare i banchi di formica. La televisione è appena entrata negli esercizi pubblici, dove si riuniscono avidi spettatori, e in rarissime case.
Di fronte alle continue, crescenti distruzioni e minacce di distruzione che gravano sulle nostre città e campagne, di fronte alla facilità con cui gli interessi particolari passano davanti a quelli generali, di fronte alla provata difficoltà di far rispettare i principi della legge, sta, come unica difesa veramente stabile, la forza dell'opinione pubblica. Solo quando questa opinione sarà sufficientemente educata si potrà ottenere quell'abitudine al rispetto che oggi invano si invoca. In attesa che si instauri quest'abitudine generale, occorre però intervenire subito, con opportuni divieti, per impedire che gli ambienti naturali e storici vengano ulteriormente manomessi: e l'imposizione di questi divieti può essere ottenuta anche dall'iniziativa di una minoranza culturale, avanguardia di un'opinione pubblica destinata a diventare dominante, purché ben decisa ad agire e concorde sui criteri da seguire. Una minoranza che non affronti il problema circoscrivendolo alla coesistenza tra antico e moderno nei cosiddetti «accostamenti», cioè ai rapporti fra singoli elementi (facciate, volumi, etc.), ma secondo una visione più ampia, analizzando il rapporto tra le antiche strutture urbane, nel loro insieme, e le strutture moderne, che hanno esigenze e funzioni del tutto diverse.
È difficile da capire l'offensiva generale mossa contro i «conservatori a oltranza», nemici di chissà quale degenere progresso. Non mi risulta davvero che l'Italia corra il pericolo di restare soffocata per eccesso di rispetto delle cose antiche.
Oggi, da ogni parte aggredita, l'Italia è perduta, soprattutto nelle periferie, ma anche nei centri storici, sfregiati nei dettagli, nelle insegne degli esercizi, nelle pavimentazioni delle strade, nei lampioni, nei fili della luce, che costringono chi voglia girare un film storico a rinunciare ai luoghi reali per ricostruirli a Cinecittà, o in Romania, o in Serbia, confidando in zone in cui la natura è stata maggiormente rispettata; natura che nella Pianura Padana, in Veneto, in Lombardia, è continuamente violata da una edilizia selvaggia di capannoni e di piccole industrie. Sembra non esserci speranza al dilagare della volgarità e alla cancellazione sistematica, soprattutto di ciò che è più fragile, che non è conosciuto, che non è considerato, che non è monumentale. E se è monumentale, allora, è in balìa del restauro, spesso, negli intonaci soprattutto, inteso come vero e proprio rifacimento. Possiamo così dire che tra le cause di distruzione del patrimonio artistico e monumentale le principali sono, nell'ordine: il restauro, le calamità naturali (terremoti o alluvioni), l'abbandono.
L'abbandono, la trascuratezza, perfino la riduzione di un edificio in rudere, sono spesso meno gravi degli interventi radicali di restauro che stravolgono i materiali e procedono a «ristrutturazioni» e «valorizzazioni», per nuove necessità funzionali o turistiche. E proprio il turismo, nella sua inevitabile degenerazione, anche quando non agisce strutturalmente sulle identità dei luoghi, è causa costante del loro snaturamento, della loro perdita d'anima, per ragioni pratiche ed estetiche.
Non credo di peccare di eccessivo romanticismo quando ritengo che l'Italia sia ormai un Paese sfigurato. Irrimediabilmente, e per colpa esclusiva degli uomini, della loro mancanza di cultura, di senso civile del bene collettivo, di intelligenza, di gusto. Non è ancora un Paese devastato, ma certamente un paese sfigurato.