Banda Cavallero Milano come Chicago

Torino, primi anni Sessanta: per qualcuno nel quartiere «rosso» di Borgodora la rabbia verso le classi sociali più elevate si mescola all’ambizione di una vita facile con danaro in quantità e donnine disponibili. Pietro Cavallero, per tutti Piero, classe 1929, è uno di questi. Nelle fumose «piole» di periferia, fra un bicchiere di barbera mediocre e una bestemmia, Piero fraternizza con Adriano Rovoletto, figlio di emigrati veneti, Sante Notarnicola, ultimo lavoro onesto quello di rappresentante, e Danilo Crepaldi, già partigiano in Val d'Aosta, che ancora custodisce armi in un cascinale. La filosofia esistenziale che li accomuna è spicciola e chiara: imbecilli tutti quelli che «ruscano» da mattina a sera per guadagnarsi il pane mentre la moglie a casa gli fa le corna. Gli sbirri? Morti di fame e servi dello stato. Noi, dicono, siamo i migliori, gli invincibili; nessuno ci può fermare qualsiasi cosa si faccia. E si sentono più caricati dei marines a Iwo Jima. Cavallero è il capo indiscusso e per chi lo contraddice sono cazzotti. Armi alla mano, i quattro si lanciano nell'avventura dei «prelievi» dalle banche cominciando con un'agenzia dell'Istituto Bancario San Paolo di Torino. Le brevi e concitate grida durante gli assalti, con frasi e parole in francese come «vite, vite» o «la cassefort» depistano la polizia verso la banda dei «Marsigliesi». Dopo il colpo, la strategia vincente è dileguarsi nel centro città, mentre la «pula» sbarra gli sbocchi verso la periferia. Ventitré sono i colpi messi a segno dalla banda fra il 1963 e il 1967, e mica roba da ridere: diciassette banche e sei gioiellerie o negozi con buoni introiti. La loro faccia di bronzo è tale che divulgano alle agenzie bancarie una sorta di vademecum nel quale si suggerisce il comportamento da tenere per aver salva la pelle in caso di rapina. Come l'obbligo «morale» di consegnare un milione di lire per ogni impiegato presente. Ma a Cirié (To), nel 1967, ci scappa il morto. Il medico Giuseppe Gajottino si becca una pallottola fatale per un mal interpretato cenno di ribellione. Nel frattempo il Crepaldi, uscito dalla banda e morto poco dopo in un misterioso incidente, viene sostituito dal giovanissimo Donato Lopez. Le prime scorribande milanesi la banda le conduce nel 1965, con quattro colpi ben pianificati di cui solo tre, nelle banche di via Pisanello, via Bodoni e viale Regina Giovanna vanno a segno. Il quarto, previsto in viale Corsica, sfuma perché l'autista sbaglia strada e si perde in Lambrate. Ma lì vicino, in via Cambiasi, hanno la loro base meneghina. Per la Squadra Mobile milanese con Nardone e Oscuri, insomma il meglio dell'anticrimine, la triplice rapina suona come una beffa e cominciano indagini serrate. Si fruga nei bassifondi della mala ambrosiana e un pregiudicato pescato nel locale «la Fogna», in zona Barona, è invitato in Questura a prendere un caffè. Nonostante risponda «No grazie scior commissari, el caffè de la Questura el me fàa vegnì i oeucc sgonfi...», dopo pochi minuti è sull'«oliva» della «madama». Si viene così a sapere che i rapinatori sono piemontesi e che danno noia anche alla ligera della Madonnina. Per un po' Cavallero e compagni se ne stanno cheti, ma dopo il colpo di Cirié tornano su Milano. E il 25 settembre del 1967, la città conoscerà uno dei maggiori fatti di «nera» della sua storia. Sono le 14.25. Un'auto si ferma in largo Zandonai, di fronte all'agenzia del Banco di Napoli. Rovoletto resta in macchina con il motore acceso mentre gli altri immobilizzano la guardia giurata all'ingresso ed entrano in banca. Urlano come invasati e puntano mitra e pistole contro il personale e i clienti. Un dipendente fa però in tempo ad azionare il pulsante d'allarme e, mentre i banditi stanno per mettere le mani sul contante, si sentono le sirene delle «pantere». Cavallero spara e ride, ride e spara. Poi l'auto con sopra i quattro fila via con una sgommata. I banditi si aprono la strada sparando dai finestrini, terrorizzando i passanti. In via Pallavicino colpiscono a morte il giovane Giorgio Grossi, poi la folle corsa prosegue in Pier Capponi, piazza Piemonte, Giovanni delle Bande Nere. Intercettati da una «volante» in via Pisa, inizia una sparatoria senza risparmio. Il mitra dei fuorilegge uccide i camionisti Franco Melloni e Virgilio Oddone, poi la gimcana si sposta in piazza Stuparich dove cade stecchito un passante, Francesco De Rosa, e in Melzi d'Eril, fra le grida e le isteriche risate del Cavallero, viene gravemente ferito il maresciallo Siffredi. Brusca sterzata in via Procaccini e poi in piazza Gramsci, ma lì l'auto dei torinesi esce di strada e non riparte. Fuggono a piedi. Rovoletto è subito individuato dagli agenti che lo rincorrono e lo ammanettano. Con la sua confessione arrestano anche il giovane Lopez, rifugiatosi nel covo milanese. Cavallero e Notarnicola riescono invece a salire su un tram e a raggiungere la stazione di Porta Genova dove prendono un treno per Mortara e poi Alessandria. Scesi a Valenza Po si addentrano nelle nebbiose campagne della «bassa». La caccia della polizia è senza tregua. Ma i fuggiaschi trovano ricovero in un casello ferroviario abbandonato a Villabella e si riposano. Poi i morsi della fame spingono Notarnicola a far provviste nella posteria del paese. La proprietaria lo serve di salame, pane e sigarette ma, ricordando di aver visto la sua foto sul giornale, appena l'uomo si allontana avverte i carabinieri. Stanchi e disorientati, vengono presi e portati in via Moscova, dove la folla vorrebbe linciarli. Il processo riserva ad entrambi l'ergastolo. In galera Cavallero è un detenuto modello. Si dedica a un’attività missionaria a favore dei giovani. Nel 1992 gli viene consentito di non rientrare in carcere per la notte e torna a vivere a Torino. Si sente solo. E dice: «Con la legge ho pagato il mio debito. Resta quello con la coscienza». Morirà nell’ospedale di Venaria nel 1997.